Colpo alla mafia di San Severo

Una maxi operazione antimafia è partita nelle prime ore del mattino del 6 giugno: ben 200 i poliziotti impiegati in mezza Italia, tra Foggia, Napoli, Milano, Salerno, Rimini, Campobasso, Pescara, Chieti, Teramo, Ascoli Piceno e Fermo.

Le accuse sono associazione di tipo mafioso, estorsione, tentata estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, spaccio di droga, danneggiamento, reati in materia di armi, lesioni personali e tentato omicidio, tutte aggravate dalle finalità mafiose, contestate a diversi soggetti.

Il provvedimento cautelare è stato emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari di Bari. L’operazione è condotta dalle Squadre Mobili di Foggia, Bari, dal Servizio Centrale Operativo e supportata da 30 equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine.

Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi figurano elementi di primo piano delle famiglie mafiose di San Severo, tra i quali Giuseppe Vincenzo La Piccirella e Severino Testa, ritenuti ai vertici del clan ‘La Piccirella’, oltre a Franco e Roberto Nardino, a capo del clan.

Gli indagati facevano spesso ricorso alla violenza per l’affermazione della propria leadership sul territorio, basata per gli investigatori anche sulla eliminazione fisica dei rivali.

Nel corso delle indagini sono stati accertati diversi episodi a chiaro sfondo intimidatorio, come nel tentativo di estorsione ai danni di un commerciante, che si è visto danneggiare a colpi d’arma da fuoco l’abitazione, il negozio e l’auto.

L’indagine coordinata dalla Dda di Bari ha evidenziato il ruolo dei clan di San Severo nel traffico di droga in Capitanata e la spartizione dei proventi illeciti che ha creato tensioni tra i gruppi malavitosi.

Le indagini sono partite nel 2015 dopo alcuni episodi di sangue a San Severo e successivamente gli inquirenti hanno accertato il traffico di stupefacenti gestito dai gruppi criminali locali, compresi i relativi canali di approvvigionamento dall’estero, anche dall’Olanda.

È la prima volta che viene contestata l’associazione di tipo mafioso (416 bis) alla criminalità organizzata di San Severo, riconosciuta come autonoma e indipendente rispetto alle organizzazioni mafiose di Foggia.

F. Cota 3^H

Risultati immagini per san severo no alla criminalità foto libera da copyright

La camorra tra storia e leggenda

Il termine “Camorra” nel XVII Secolo indicava un particolare tipo di stoffa, l’abbigliamento dei camorristi, alcuni linguisti hanno individuato l’origine in “Gamurra”, un abito femminile, mentre altri ancora in “Gamurri”, banditi spagnoli famosi per il loro giubbotto.

iiiiiiiii.jpg

L’archetipo era la Garduña, un’associazione criminale che si interessava al gioco e al baratto, nata a Toledo nel 1412. In molte canzoni di mafia,  viene invece fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani, uccisero un uomo e per questo furono condannati a 29 anni 11 mesi e 29 giorni di carcere nell’Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturano quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice dell’organizzazione e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

La prima volta però che il termine comparve in un atto pubblico fu nel 1735, legato al gioco d’azzardo: si trattava di una “prammatica” (legge) in cui venivano autorizzate a Napoli solo otto case da gioco, tra queste “Camorra avanti palazzo”, in attività sin dal XVII secolo e situata a fianco al Maschio Angioino. Che il termine indicasse un particolare gioco d’azzardo è testimoniato anche in un’istanza a re Carlo III di Borbone, dove si chiedeva al sovrano di reintrodurre tra i giochi legali “Li cotte, lo Sghizzo e la Camorra“.

Va segnalato inoltre che “Camorra” in spagnolo significa “lite”: “Buscar camorra” significa letteralmente “fare a botte“.

Di recente un’altra interpretazione di Francesco Montuori, fa derivare “Camorra” da “Camerario”, la camorra sarebbe quindi una tassa e i camorristi gli esattori. Questa interpretazione si sposa bene anche con la principale attività della Camorra, l’estorsione.

Storicamente la Camorra si organizzò molto prima della mafia siciliana e della ‘ndrangheta. Il mito della fondazione viene fatto risalire a una riunione a Napoli, mai dimostrata, nella Chiesa di Santa Caterina a Formello, nel 1820. Quel che è certo è che l’embrione dell’organizzazione si ebbe subito dopo la fallita rivoluzione partenopea del 1799, tra il 1810 e il 1820. Infatti il termine “Camorra” era presente già nelle Procedure per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle province infettate, meglio note come legge Pica, nel 1863: il termine “mafia” entrò nel codice penale solamente con la legge n.575 del 31/05/1965 “Disposizioni contro la mafia“, approvata dopo la Strage di Ciaculli.

Risale invece al 1842 uno statuto a firma di un certo Francesco Scorticelli, in cui si parla della camorra come “Bella società riformata“. Il prototipo del “mafioso” era ricalcato su un camorrista realmente esistito che spadroneggiava nelle carceri borboniche e “camurrìa” in dialetto siciliano significa proprio “fastidio, impiccio“.

Ai tempi dei Borbone

Negli anni della Restaurazione borbonica, la Camorra si diede un’organizzazione che prevedeva tre livelli gerarchici: picciotto d’onorepicciotto di sgarrocamorrista. L’aspirante camorrista, prima di poter intraprendere questo particolare cursus honorum, era chiamato “tamurro“. Ogni quartiere di Napoli  aveva un “caposocietà“, questi a loro volta eleggevano un “capintesta” generale della Camorra. Ogni capo della Camorra poteva fregiarsi del titolo di “Masto” (Maestro, Padrone). La medesima struttura era presente anche nell’area ristretta tra Caserta, Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, ma il capintesta veniva eletto solo tra i capisocietà di Napoli. I comuni, anche capoluoghi di provincia, erano equiparati ai quartieri di Napoli ed eleggevano un solo caposocietà.

Per entrare a far parte della Camorra bisognava rispondere a criteri precisi: erano esclusi gli omosessuali e chiunque avesse una moglie o una sorella prostituta. La prova di coraggio con la quale si stabiliva l’idoneità del candidato consisteva o nell’esecuzione di un omicidio o nello sfregio di uno dei nemici dell’organizzazione. Gli sfregi col rasoio erano in particolare la punizione per chi infrangeva il codice d’onore, sia che fosse affiliato o che non lo fosse. Una volta giudicato idoneo, il candidato doveva pronunciare un giuramento di fronte a due coltelli incrociati e combattere in un duello all’arma bianca contro un camorrista estratto a sorte. I duelli con il pugnale erano il rito di passaggio da un grado all’altro nella gerarchia criminale: raramente erano duelli all’ultimo sangue, avevano uno scopo prevalentemente cerimoniale. Il pugnale restava comunque l’arma preferita del camorrista per compiere i propri delitti.

Come criminalità urbana, esercitava la sua principale attività, l’estorsione, soprattutto nei carceri, vero luogo di reclutamento dell’organizzazione. Altri fronti delle attività camorristiche erano i mercati (dove veniva imposta una percentuale sulla vendita di farine, cereali, frutta, pesce, carne etc.) e le case da gioco, nonché la prostituzione. A Napoli in pratica non vi era attività commerciale che non prevedesse il pagamento di una tangente alla Camorra. L’addetto agli affari economici e finanziari dell’organizzazione era il “contarulo“, dove finivano tutti gli introiti delle estorsioni.

Ogni quartiere, inoltre, aveva un suo tribunale, che si chiamava “Mamma“: il tribunale supremo della città era la “Gran Mamma“, presieduto dal capintesta, che in quella funzione assumeva il titolo di “Mammasantissima“. Del resto, la stessa polizia borbonica assicurava impunità in cambio di tutela dell’ordine pubblico da parte della Camorra, che dopo la fallita insurrezione liberale del 15 maggio 1848 venne impiegata anche per raccogliere informazioni sulle manovre degli oppositori politici al governo borbonico.

 Sharon Ortore e Maria Concetta Draisci  3^H

 

Falcone e Borsellino

Giovanni Falcone nacque nel 1939 a Palermo, è stato uno dei magistrati italiani ed è considerato un eroe della lotta alla criminalità organizzata.
Nasce nel rione Kalsa di Palermo, lo stesso che ha visto nascere il suo grande amico e collega Paolo Borsellino e alcuni mafiosi, tra cui il boss Tommaso Buscetta.
Dopo aver frequentato il liceo classico e dopo aver fatto una breve esperienza presso l’Accademia navale di Livorno, si laureò in giurisprudenza.
Vinse in seguito il concorso in magistratura e nello stesso anno sposò la sua prima moglie Rita Bonnici da cui divorzio 14 anni dopo.
Il suo primo incarico fu a Lentini come pretore.
Nel 78 ottenne il lavoro all’ufficio istruzione sotto la guida di Chinnici, affiancato da Paolo Borsellino. Nell’ 80 gli furono affidate le indagini contro Rosario Spatola, grazie a questo scoprì il quadro di una organizzazione criminale di Cosa Nostra.
Falcone usa nelle sue indagini un modo molto semplice eppure poco sfruttato per scoprire i legami mafiosi: segue il giro che compie il denaro.
Una delle sue regole è: “Segui i soldi e troverai la mafia”.
Il 21 giugno 1989 Giovanni Falcone scampa miracolosamente a un attentato nei pressi della villa affittata per le vacanze, situata sulla costa siciliana nella località palermitana denominata Addaura. Falcone sospettava che dietro il fallito attentato ci fossero uomini di mafia ed esponenti dei servizi segreti deviati.
Paolo Borsellino nacque nel 1940 a Palermo ed è stato anche lui un magistrato vittima della mafia. Frequentò il liceo classico e si iscrisse al fronte universitario d’Azione Nazionale e si laureo nel 1962.
Fino alla laurea in farmacia della sorella lui mantenne la farmacia del padre.
Nel 1963 Borsellino partecipò al concorso per entrare in magistratura; divenne il più giovane magistrato d’Italia.
Il suo primo incarico fu al tribunale di Enna nella sezione civile.
Nel 1967 fu nominato pretore e da allora iniziò a conoscere la mafia.
Il 23 dicembre 1968 sposò Agnese Piraino Leto. Nel 75 venne trasferito a Palermo dove entrò nell’ufficio istruzioni affari penali sotto la guida di Chinnici.
Nel febbraio 1980 Borsellino fece arrestare i primi sei mafiosi tra cui Giulio Di Carlo e Andrea Di Carlo.
Il 4 maggio 1980 Emanuele Basile fu assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino.
Erano quasi coetanei e si conoscevano sin da piccoli, ma si ritrovarono come colleghi magistrati nel pool antimafia.
Il giudice Falcone insieme ai giudici Antonio Caponnetto, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta e Paolo Borsellino, mette in atto una strategia ideata dal giudice Rocco Chinnici (vittima di mafia) e cioè quella di istituire una vera e propria squadra composta da magistrati per indagare i fenomeni mafiosi: il cosiddetto “pool antimafia”.
Il pool antimafia venne fondato con l’idea di combattere la criminalità organizzata, ma anche per unire le competenze di vari professionisti impegnati in processi diversi, per ottenere una visione di insieme grazie a punti di vista diversi ma soprattutto per evitare che la morte di uno dei giudici per mano di mafia potesse interrompere le indagini.
Nel pool bisognava agire sempre insieme e di comune accordo.
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, lo sostituì Antonino Caponnetto.
Tutti i componenti del pool chiedevano espressamente l’intervento dello Stato, che non arrivò.
In seguito venne arrestato Tommaso Buscetta che diede una svolta alla lotta contro la mafia poichè decise di collaborare con la Giustizia e descrisse in modo dettagliato la struttura della mafia. Il suo interrogatorio iniziò a Roma nel luglio 1984  e aiutò molto le indagini.
Tommaso Buscetta era fuggito in America dopo una sanguinosa lotta interna alla mafia. Quasi tutta la sua famiglia era stata sterminata e lui voleva dissociarsi: e scelse il giudice Falcone per raccontare tutto quello che sapeva. Grazie anche alle sue deposizioni furono fatti numerosi arresti, e si raccolsero montagne di prove per istituire un maxi processo a Palermo, in quel Palazzo di Giustizia che per mesi divenne un’aula bunker con oltre 1.400 imputati alla sbarra.
Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti da Falcone e da tutto il pool portarono a costituire il primo grande processo contro la mafia.
Giovanni Falcone ottiene il suo più grande successo il 16 dicembre del 1987 con il maxi processo di mafia che vedeva alla sbarra 474 imputati tra boss e politici e che si concluse con 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere.
I mafiosi speravano in un annullamento della sentenza da parte della Cassazione, come era sempre avvenuto in passato, con sentenze di condanna annullate per deboli vizi di forma.
Falcone allora sostituì il magistrato che fino a quel momento aveva presieduto la Cassazione, imponendo per i processi di mafia la rotazione dei giudici, in modo che gli imputati non potessero sapere il nome del magistrato che avrebbe presieduto la Corte. Risultato: la sentenza di Cassazione del 30 gennaio 1992 conferma tutte le condanne in modo definitivo. Quel giorno in aula scoppia una rivolta.
La reazione della mafia si ebbe nell’estate del 1985 uccidendo Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino e si cominciò a temere anche per loro, per questi motivi di sicurezza vennero mandati a soggiornare per qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell’Asinara per finire le pratiche del maxiprocesso.
Oggi Giovanni Falcone è considerato un eroe, ma non è stato sempre così. Nel corso delle sue indagini è stato osteggiato da esponenti della politica e della stessa magistratura che lo accusavano di protagonismo, tanto che qualche giorno prima dell’attentato fatale Falcone dichiara ai suoi colleghi: “Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano”. «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande… In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». Una profezia.
Il 23 Maggio del 1992 fu vittima della mafia.
Dopo circa due mesi anche Borsellino, amico e collega, fu ucciso.
C. Tota-A. Rinaldi- G. Priore 3^H
Risultati immagini per falcone e borsellino

LA MAFIA IN ITALIA

La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia.

La nascita del fenomeno è tuttora ritenuta incerta: infatti le organizzazioni di tradizione secolare sono la camorra, la ‘ndrangheta e Cosa nostra (le ultime due però divenute piuttosto note solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Da quest’ultima si suppone siano sorte ulteriori organizzazioni di stampo mafioso, quali la Stidda nella Sicilia centro-meridionale (nelle provincie di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa). Da ricordare anche la Sacra Corona Unita in Puglia che sarebbe nata da una costola della Nuova Camorra Organizzata da Raffaele Cutolo.

Il fenomeno mafioso – che in alcuni territori ha una diffusione capillare – ha assunto diversi caratteri e ha acquistato forme diverse, con strutture e codici seppur simili, diversi da regione a regione e talvolta anche tra province d’Italia. Accade anche che la distribuzione e il relativo controllo territoriale appaia complesso e in continua evoluzione e talvolta anche singoli quartieri della medesima città conoscano diverse tipologie organizzative, a seconda della famiglia che ne detiene il controllo.

Le formazioni sono spesso strutturate in clan con dei legami familiari quasi sempre di tipo allargato; ciò fa sì che le attività dell’organizzazione criminale rispecchino gli interessi di un determinato gruppo, detto appunto famiglia, che agevola però la frammentazione dei gruppi mafiosi.

Fare un calcolo dei ricavi della criminalità mafiosa è difficile e si scontra con limiti metodologici che nascono dalla mancanza di dati istituzionali, eppure alcune analisi sono state pubblicate. Sos Impresa nel suo XIII rapporto annuale attribuisce alla mafia un giro di affari di 138 miliardi e un utile di 105 miliardi all’anno, sebbene questo studio pecchi di scarsa trasparenza. Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati (della Banca d’Italia) hanno invece lavorato adottando metodi econometrici rigorosi e i risultati a cui sono giunti attribuiscono all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del PIL. Questo lavoro e altri simili hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la commissione nella sua relazione del 2012 a ripresentare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie. Queste stime econometriche tuttavia forniscono valori molto superiori alle stime delle attività criminali negli altri paesi sviluppati. Inoltre non distinguono all’interno delle attività criminali quelle attribuibili alle mafie, rischiando così di sovrastimare i ricavi delle mafie. In base ai risultati di una ricerca  effettuata da Transcrime nell’ambito del Progetto PON sicurezza 2007–2013  gli investimenti delle organizzazioni mafiose, utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, hanno però portato a un drastico ridimensionamento delle cifre prima citate: infatti i ricavi illegali in generale ammonterebbero in media all’1,7 per cento del PIL. In particolare nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. Considerato che il PIL nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro, si può concludere che la media dei ricavi illegali per il 2012 ammonterebbe a 25,7 miliardi di euro.

Sulla base della letteratura criminologica, le attività illegali non sono mai un monopolio esclusivo delle mafie. Pertanto, lo studio di Transcrime ha attribuito alle mafie italiane ricavi annui che variano da un minimo di 8 a un massimo di 13 miliardi di euro. Negli ultimi anni, l’Istat ha incluso alcune attività illegali nella contabilità nazionale, giungendo a delle stime che restano nell’ordine di quelle stimate da Transcrime. In particolare, per il 2013, le attività illegali sono state stimate pari a 16 miliardi.

Immagine correlata

F. Cota 3^H

La strage di Capaci e di via D’Amelio

Il 23 maggio 1992, mentre Falcone percorre l’autostrada A29 in direzione Palermo, la sua Fiat Croma e quella della scorta vengono fatte esplodere nei pressi di Capaci.

In un caldo sabato di maggio, alle 17:56, un’esplosione squarcia l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi dell’uscita per Capaci: 5 quintali di tritolo distruggono cento metri di asfalto e fanno letteralmente volare le auto blindate. Muore Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta antimafia.

Il giudice perde la vita insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta Schifani, Montinaro e Dicillo.

Per l’attentato viene condannato il boss mafioso Giovanni Brusca.

Il 25 maggio 1992 si svolgono a Palermo i funerali delle vittime. Le parole pronunciate dalla moglie dell’agente Schifani sono rimaste nella storia: “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…“.

Ogni anno, il 23 maggio, si svolgono diverse manifestazioni per ricordare la morte del magistrato Falcone, della moglie e della scorta nella strage di Capaci.

Dopo 57 giorni, il 19 luglio 1992, il magistrato Paolo Borsellino, impegnato con Falcone nella lotta alle cosche, va a trovare la madre in via Mariano D’Amelio, a Palermo. Alle 16:58 un’altra tremenda esplosione: questa volta in piena città. La scena che si presenta ai soccorritori è devastante. Seguono giorni convulsi. La famiglia Borsellino, in polemica con le autorità, non accetta i funerali di Stato. Non vuole la rituale parata dei politici. E alle esequie degli agenti di scorta una dura contestazione accoglie i vertici istituzionali.

Con lui moriranno i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Assieme al collega e amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

Dopo lunghe indagini si scoprirà essere Giovanni Brusca, detto “scannacristiani”, oltre 150 persone uccise, ad azionare il timer collegato a 500 chili di tritolo posizionati sotto un canalone.

Il comando per l’attentato a Borsellino parte dall’alto del Monte Pellegrino, che sovrasta la città, attraverso un comando a distanza che fa esplodere una Fiat 126 imbottita di tritolo: una fiammata, un cratere. Muoiono tutti, eccetto Vullo, il poliziotto che si era appena spostato con l’auto.

DUE ALBERI PER RICORDARE

Fino ad oggi sono infaticabili le sorelle, Maria Falcone, morta ad agosto del 2018, e Rita Borsellino, che incontrano i ragazzi, in Sicilia e nel resto d’Italia per raccontare, come diceva Giovanni Falcone, che «la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine». In via d’Amelio e in via Notarbartolo davanti a quella che fu la casa di Falcone, ci sono due alberi: hanno il tronco coperto di foglietti, disegni, pensieri, poesie, fotografie di chiunque voglia lasciare una testimonianza, per ricordare ogni giorno che la morte dei due giudici non è avvenuta invano.

Risultati immagini per falcone e borsellino

C. Tota- A. Boncristiano- M.C. Draisci- G. Priore

Le “marocchinate”, bottino di guerra alla fine della Seconda Guerra mondiale

Le chiamavano “Marocchinate”: erano le donne vittime di violenze, stupri e omicidi nelle province di Frosinone e di Latina compiuti dalle truppe marocchine dell’esercito francese (cioè degli Alleati) dopo aver sconfitto i nazifascisti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il film “La ciociara” di Vittorio De Sica raccontò di quei giorni di devastazione della primavera del 1944 che fu per le popolazioni del Frusinate e del Pontino un incubo senza fine.
Protagonisti delle violenze furono 7 mila soldati marocchini, una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie), erano guerrieri berberi delle montagne dell’Atlante, organizzati in squadrone, reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela.

In ogni reparto un combattente su cinque era francese. Avevano sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici.

Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di aggirare la linea di difesa tedesca passando per i monti Aurunci, sfruttando la ferocia dei soldati marocchini. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati da questi.

Battuti i nazifascisti, ottennero in premio il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa.

Andrea Cionci su La Stampa scrisse: Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle fecero la stessa fine; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e abusato per una notte intera.

A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Tutti torturati e uccisi.

Un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero.

I presenti terrorizzati non potettero dare aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato di guardia puntava il moschetto sugli stessi”.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila.

Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un risarcimento per le “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime. E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree.

L’onorevole Rossi in Parlamento disse: “La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso.”

Il primo paese vicino Cassino che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944  fu Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu compiuto tale scempio che ne morì e non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue.

A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Secondo alcune informazioni  Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata.

Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate.

Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre!

Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate.

Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via dai francesi.

Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso.

A Vallecorsa, Luigi Mauri muore il 26 maggio 1944 nel tentativo di difendere la moglie Lauretti Assunta e le sue quattro figliole. Antonbenedetto Augusto muore il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere la moglie Nardoni Margherita.

Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944 avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto.

Sacchetti Antonio, Sacchetti Eugenio, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso.

Fatti analoghi accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine.

Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi  tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate.

Già nello sbarco in Sicilia le truppe marocchine al seguito degli Alleati si erano rese protagoniste di violenze sulle donne. Ma a Capizzi (Messina) la popolazione locale si vendicò ammazzando i colpevoli.
Il Vaticano chiese e ottenne che non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, dove i maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: “Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti.

Un partigiano ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano francese ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”.

Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi.

Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere controllate e disciplinate.

de Biase Anastasia e Draisci Maria Concetta 3^H

Risultati immagini per marocchinate

Immagine correlata

Le mine antiuomo

Le mine così come altri residui bellici inesplosi  uccidono, feriscono e rendono orfani i bambini.

In molti paesi colpiti da tale fenomeno, i bambini rappresentano un terzo di tutte le vittime. Secondo la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, circa 6000 persone sono state uccise o mutilate da queste stesse mine nel 2006, il numero più basso di incidenti registrati dall’entrata in vigore nel 1997 del Trattato per la messa al bando delle mine.

I bambini sono le principali vittime delle mine e degli ordigni bellici inesplosiI bambini ed in particolare quelli rifugiati e sfollati sono quelli più in pericolo e i principali bersagli delle mine antiuomo perchè ignari dei pericoli derivanti dal giocare o attraversare zone pericolose.

Le lesioni provocate dalle mine antiuomo includono la perdita degli arti, la vista o l’udito con la conseguente inabilità permanente.

Senza adeguate cure mediche, i bambini feriti dalle mine antiuomo sono spesso tolti dalle scuole. Hanno quindi limitate prospettive future in campo educativo e professionale e sono spesso considerati un peso per le loro stesse famiglie.

Il costo per la cura a lungo termine per i bambini vittime delle mine antiuomo può rivelarsi molto alto.

Le cliniche di riabilitazione sono spesso troppo costose se non addirittura difficili da raggiungere.

Risultati immagini per mine antiuomo

Una mina viene posizionato sul terreno o sottoterra, dotato di una carica esplosiva e che viene azionato dalla pressione di un veicolo, di un piede che vi passano sopra o da fili da inciampo. Il termine viene generalmente usato per indicare ordigni progettati e prodotti a livello industriale, e quindi non per ordigni improvvisati.

Nella tattica moderna, le mine sono utilizzate per impedire l’accesso a determinate zone, per esempio per impedire al nemico di oltrepassare confini contesi o, più in generale, per limitarne i movimenti; lo scopo è quindi simile a quello del filo spinato.

L’Italia è stata fino ai primi anni novanta uno dei principali paesi produttori di mine terrestri e antiuomo, la cui produzione e commercio venne bloccata da una moratoria del Governo Berlusconi I del 1994.

Le mine antiuomo non ancora identificate impediscono la costruzione di case, strade, scuole, strutture sanitarie ed altri servizi essenziali. Impediscono inoltre l’accesso ai terreni agricoli e l’irrigazione.

Risultati immagini per mine antiuomo

M. Pazienza-C. De Matteis 3^H