Esperienza Bimed 2018-2019

Anche quest’anno la nostra scuola ha partecipato alla staffetta di Scrittura creativa  Bimed, un progetto a livello nazionale, ma anche internazionale, che consiste nel creare un capitolo di un racconto da sviluppare con classi e/o scuole diverse. Il progetto si conclude, poi, con delle uscite presso le Isole Tremiti o Salerno o Marina di Camerota o altre zone.

Durante l’anno scolastico le classi partecipanti scrivono il capitolo di un libro a loro assegnato; quest’anno a noi, 1^ i e 1^H, è stato assegnato il capitolo 10 di un racconto che parlava della guerra provocata dall’ISIS in Siria.

Scrivere il capitolo non è stato semplice perchè prima abbiamo dovuto leggere tutti i capitoli precedenti, compreso l’incipit dell’autrice Alessandra Racca, e poi abbiamo dovuto creare uno schema su come concludere il libro, visto che il nostro era l’ultimo capitolo.

Tante le idee che affollavano la nostra mente, ma l’insegnante che ci ha seguiti, la prof.ssa Leone, ci ha guidati affinchè la nostra storia avesse un senso logico e al tempo stesso potesse esprimere le nostre idee. Alla fine, quando avevamo concluso il capitolo, un gruppo di noi ha realizzato un disegno che rappresentava il nostro capitolo.

Di tutti gli alunni che hanno partecipato alla stesura del capitolo, solo una piccola parte ha partecipato all’uscita che ci è stata proposta dalla Bimed.

Il  mio gruppo classe ha partecipato all’uscita presso le isole Tremiti, dal 6 giugno all’8 giugno. Durante questa uscita abbiamo svolto molte attività tra cui laboratori di scrittura creativa, canto, musica, teatro, ecc… . Noi, invece, abbiamo proposto delle iniziative di nostra creazione come balli, rappresentazioni, canti, ecc.

Durante questa esperienza, accompagnati dalle professoresse, Liguori e Sborea, abbiamo anche partecipato alla caccia al tesoro, alla quale siamo arrivati primi e vinto un orologio da parete con la scritta “Bimed”, abbiamo partecipato al quizzone e al karaoke. A conclusione delle tre giornate e dopo tutte queste attività, è seguita una premiazione: noi siamo arrivati secondi con un solo punto di differenza rispetto alla scuola che è arrivata prima.

Per me questa esperienza è stata molto interessante e mi piacerebbe ripeterla il prossimo anno perchè attraverso la scrittura di un capitolo, siamo entrati in contatto con ragazzi di altre scuole e poi mi piacerebbe partecipare ancora all’uscita, magari andando in qualche altra località così come quest’anno gli alunni di seconda e terza sono andati a Marina di Camerota accompagnati dalle prof. Frazzano, Giarnetti e Leone, perchè incontrare tanti scrittori e svolgere con loro delle attività è stato davvero divertente.

Davide Bonaventura 1^H.

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La camorra tra storia e leggenda

Il termine “Camorra” nel XVII Secolo indicava un particolare tipo di stoffa, l’abbigliamento dei camorristi, alcuni linguisti hanno individuato l’origine in “Gamurra”, un abito femminile, mentre altri ancora in “Gamurri”, banditi spagnoli famosi per il loro giubbotto.

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L’archetipo era la Garduña, un’associazione criminale che si interessava al gioco e al baratto, nata a Toledo nel 1412. In molte canzoni di mafia,  viene invece fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani, uccisero un uomo e per questo furono condannati a 29 anni 11 mesi e 29 giorni di carcere nell’Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturano quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice dell’organizzazione e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

La prima volta però che il termine comparve in un atto pubblico fu nel 1735, legato al gioco d’azzardo: si trattava di una “prammatica” (legge) in cui venivano autorizzate a Napoli solo otto case da gioco, tra queste “Camorra avanti palazzo”, in attività sin dal XVII secolo e situata a fianco al Maschio Angioino. Che il termine indicasse un particolare gioco d’azzardo è testimoniato anche in un’istanza a re Carlo III di Borbone, dove si chiedeva al sovrano di reintrodurre tra i giochi legali “Li cotte, lo Sghizzo e la Camorra“.

Va segnalato inoltre che “Camorra” in spagnolo significa “lite”: “Buscar camorra” significa letteralmente “fare a botte“.

Di recente un’altra interpretazione di Francesco Montuori, fa derivare “Camorra” da “Camerario”, la camorra sarebbe quindi una tassa e i camorristi gli esattori. Questa interpretazione si sposa bene anche con la principale attività della Camorra, l’estorsione.

Storicamente la Camorra si organizzò molto prima della mafia siciliana e della ‘ndrangheta. Il mito della fondazione viene fatto risalire a una riunione a Napoli, mai dimostrata, nella Chiesa di Santa Caterina a Formello, nel 1820. Quel che è certo è che l’embrione dell’organizzazione si ebbe subito dopo la fallita rivoluzione partenopea del 1799, tra il 1810 e il 1820. Infatti il termine “Camorra” era presente già nelle Procedure per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle province infettate, meglio note come legge Pica, nel 1863: il termine “mafia” entrò nel codice penale solamente con la legge n.575 del 31/05/1965 “Disposizioni contro la mafia“, approvata dopo la Strage di Ciaculli.

Risale invece al 1842 uno statuto a firma di un certo Francesco Scorticelli, in cui si parla della camorra come “Bella società riformata“. Il prototipo del “mafioso” era ricalcato su un camorrista realmente esistito che spadroneggiava nelle carceri borboniche e “camurrìa” in dialetto siciliano significa proprio “fastidio, impiccio“.

Ai tempi dei Borbone

Negli anni della Restaurazione borbonica, la Camorra si diede un’organizzazione che prevedeva tre livelli gerarchici: picciotto d’onorepicciotto di sgarrocamorrista. L’aspirante camorrista, prima di poter intraprendere questo particolare cursus honorum, era chiamato “tamurro“. Ogni quartiere di Napoli  aveva un “caposocietà“, questi a loro volta eleggevano un “capintesta” generale della Camorra. Ogni capo della Camorra poteva fregiarsi del titolo di “Masto” (Maestro, Padrone). La medesima struttura era presente anche nell’area ristretta tra Caserta, Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, ma il capintesta veniva eletto solo tra i capisocietà di Napoli. I comuni, anche capoluoghi di provincia, erano equiparati ai quartieri di Napoli ed eleggevano un solo caposocietà.

Per entrare a far parte della Camorra bisognava rispondere a criteri precisi: erano esclusi gli omosessuali e chiunque avesse una moglie o una sorella prostituta. La prova di coraggio con la quale si stabiliva l’idoneità del candidato consisteva o nell’esecuzione di un omicidio o nello sfregio di uno dei nemici dell’organizzazione. Gli sfregi col rasoio erano in particolare la punizione per chi infrangeva il codice d’onore, sia che fosse affiliato o che non lo fosse. Una volta giudicato idoneo, il candidato doveva pronunciare un giuramento di fronte a due coltelli incrociati e combattere in un duello all’arma bianca contro un camorrista estratto a sorte. I duelli con il pugnale erano il rito di passaggio da un grado all’altro nella gerarchia criminale: raramente erano duelli all’ultimo sangue, avevano uno scopo prevalentemente cerimoniale. Il pugnale restava comunque l’arma preferita del camorrista per compiere i propri delitti.

Come criminalità urbana, esercitava la sua principale attività, l’estorsione, soprattutto nei carceri, vero luogo di reclutamento dell’organizzazione. Altri fronti delle attività camorristiche erano i mercati (dove veniva imposta una percentuale sulla vendita di farine, cereali, frutta, pesce, carne etc.) e le case da gioco, nonché la prostituzione. A Napoli in pratica non vi era attività commerciale che non prevedesse il pagamento di una tangente alla Camorra. L’addetto agli affari economici e finanziari dell’organizzazione era il “contarulo“, dove finivano tutti gli introiti delle estorsioni.

Ogni quartiere, inoltre, aveva un suo tribunale, che si chiamava “Mamma“: il tribunale supremo della città era la “Gran Mamma“, presieduto dal capintesta, che in quella funzione assumeva il titolo di “Mammasantissima“. Del resto, la stessa polizia borbonica assicurava impunità in cambio di tutela dell’ordine pubblico da parte della Camorra, che dopo la fallita insurrezione liberale del 15 maggio 1848 venne impiegata anche per raccogliere informazioni sulle manovre degli oppositori politici al governo borbonico.

 Sharon Ortore e Maria Concetta Draisci  3^H

 

LA MAFIA IN ITALIA

La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia.

La nascita del fenomeno è tuttora ritenuta incerta: infatti le organizzazioni di tradizione secolare sono la camorra, la ‘ndrangheta e Cosa nostra (le ultime due però divenute piuttosto note solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Da quest’ultima si suppone siano sorte ulteriori organizzazioni di stampo mafioso, quali la Stidda nella Sicilia centro-meridionale (nelle provincie di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa). Da ricordare anche la Sacra Corona Unita in Puglia che sarebbe nata da una costola della Nuova Camorra Organizzata da Raffaele Cutolo.

Il fenomeno mafioso – che in alcuni territori ha una diffusione capillare – ha assunto diversi caratteri e ha acquistato forme diverse, con strutture e codici seppur simili, diversi da regione a regione e talvolta anche tra province d’Italia. Accade anche che la distribuzione e il relativo controllo territoriale appaia complesso e in continua evoluzione e talvolta anche singoli quartieri della medesima città conoscano diverse tipologie organizzative, a seconda della famiglia che ne detiene il controllo.

Le formazioni sono spesso strutturate in clan con dei legami familiari quasi sempre di tipo allargato; ciò fa sì che le attività dell’organizzazione criminale rispecchino gli interessi di un determinato gruppo, detto appunto famiglia, che agevola però la frammentazione dei gruppi mafiosi.

Fare un calcolo dei ricavi della criminalità mafiosa è difficile e si scontra con limiti metodologici che nascono dalla mancanza di dati istituzionali, eppure alcune analisi sono state pubblicate. Sos Impresa nel suo XIII rapporto annuale attribuisce alla mafia un giro di affari di 138 miliardi e un utile di 105 miliardi all’anno, sebbene questo studio pecchi di scarsa trasparenza. Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati (della Banca d’Italia) hanno invece lavorato adottando metodi econometrici rigorosi e i risultati a cui sono giunti attribuiscono all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del PIL. Questo lavoro e altri simili hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la commissione nella sua relazione del 2012 a ripresentare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie. Queste stime econometriche tuttavia forniscono valori molto superiori alle stime delle attività criminali negli altri paesi sviluppati. Inoltre non distinguono all’interno delle attività criminali quelle attribuibili alle mafie, rischiando così di sovrastimare i ricavi delle mafie. In base ai risultati di una ricerca  effettuata da Transcrime nell’ambito del Progetto PON sicurezza 2007–2013  gli investimenti delle organizzazioni mafiose, utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, hanno però portato a un drastico ridimensionamento delle cifre prima citate: infatti i ricavi illegali in generale ammonterebbero in media all’1,7 per cento del PIL. In particolare nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. Considerato che il PIL nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro, si può concludere che la media dei ricavi illegali per il 2012 ammonterebbe a 25,7 miliardi di euro.

Sulla base della letteratura criminologica, le attività illegali non sono mai un monopolio esclusivo delle mafie. Pertanto, lo studio di Transcrime ha attribuito alle mafie italiane ricavi annui che variano da un minimo di 8 a un massimo di 13 miliardi di euro. Negli ultimi anni, l’Istat ha incluso alcune attività illegali nella contabilità nazionale, giungendo a delle stime che restano nell’ordine di quelle stimate da Transcrime. In particolare, per il 2013, le attività illegali sono state stimate pari a 16 miliardi.

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F. Cota 3^H

La strage di Capaci e di via D’Amelio

Il 23 maggio 1992, mentre Falcone percorre l’autostrada A29 in direzione Palermo, la sua Fiat Croma e quella della scorta vengono fatte esplodere nei pressi di Capaci.

In un caldo sabato di maggio, alle 17:56, un’esplosione squarcia l’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, nei pressi dell’uscita per Capaci: 5 quintali di tritolo distruggono cento metri di asfalto e fanno letteralmente volare le auto blindate. Muore Giovanni Falcone, magistrato simbolo della lotta antimafia.

Il giudice perde la vita insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli uomini della scorta Schifani, Montinaro e Dicillo.

Per l’attentato viene condannato il boss mafioso Giovanni Brusca.

Il 25 maggio 1992 si svolgono a Palermo i funerali delle vittime. Le parole pronunciate dalla moglie dell’agente Schifani sono rimaste nella storia: “Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore…“.

Ogni anno, il 23 maggio, si svolgono diverse manifestazioni per ricordare la morte del magistrato Falcone, della moglie e della scorta nella strage di Capaci.

Dopo 57 giorni, il 19 luglio 1992, il magistrato Paolo Borsellino, impegnato con Falcone nella lotta alle cosche, va a trovare la madre in via Mariano D’Amelio, a Palermo. Alle 16:58 un’altra tremenda esplosione: questa volta in piena città. La scena che si presenta ai soccorritori è devastante. Seguono giorni convulsi. La famiglia Borsellino, in polemica con le autorità, non accetta i funerali di Stato. Non vuole la rituale parata dei politici. E alle esequie degli agenti di scorta una dura contestazione accoglie i vertici istituzionali.

Con lui moriranno i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Assieme al collega e amico Giovanni Falcone, Paolo Borsellino è considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale.

Dopo lunghe indagini si scoprirà essere Giovanni Brusca, detto “scannacristiani”, oltre 150 persone uccise, ad azionare il timer collegato a 500 chili di tritolo posizionati sotto un canalone.

Il comando per l’attentato a Borsellino parte dall’alto del Monte Pellegrino, che sovrasta la città, attraverso un comando a distanza che fa esplodere una Fiat 126 imbottita di tritolo: una fiammata, un cratere. Muoiono tutti, eccetto Vullo, il poliziotto che si era appena spostato con l’auto.

DUE ALBERI PER RICORDARE

Fino ad oggi sono infaticabili le sorelle, Maria Falcone, morta ad agosto del 2018, e Rita Borsellino, che incontrano i ragazzi, in Sicilia e nel resto d’Italia per raccontare, come diceva Giovanni Falcone, che «la mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine». In via d’Amelio e in via Notarbartolo davanti a quella che fu la casa di Falcone, ci sono due alberi: hanno il tronco coperto di foglietti, disegni, pensieri, poesie, fotografie di chiunque voglia lasciare una testimonianza, per ricordare ogni giorno che la morte dei due giudici non è avvenuta invano.

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C. Tota- A. Boncristiano- M.C. Draisci- G. Priore

La Madonna Del Soccorso

Il culto della Madonna del Soccorso è legato agli Agostiniani. Tornati in città nel 1514, dopo un periodo di allontanamento, i monaci dettero inizio al culto della Madonna nera, sbocciato a Palermo nel 1306 per l’apparizione miracolosa della Vergine. Quando il monastero agostiniano venne definitivamente soppresso, la devozione alla Madonna fu tenuta viva dai massari di campo, che dopo il 1679 si riunirono in confraternita.

La Vergine nera,  nella mano  destra tiene alcune spighe di grano, un ramo d’olivo e un grappolo d’uva. Dopo una prima processione penitenziale, la statua della Madonna fu portata per i campi e nelle vie della città dal 1737.

Nella prima metà dell’Ottocento, il culto crebbe e nel 1857 la Madonna fu divenne patrona della città.

L’otto maggio 1937 la sua statua fu solennemente incoronata con diademi d’oro e pietre preziose.

Nonostante la Madonna sia nera, il Bambinello è bianco  e ha  fisionomia europea.

La festa del Soccorso si celebra la terza domenica di maggio, ma  ha inizio con la lunga processione della prima domenica del mese, quando la statua della Madonna e quella di san Severino sono condotte in processione nella cattedrale.

I simulacri dei tre patroni vengono messi sull’altare maggiore arricchito di paramenti.

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Il sabato

Nel primo pomeriggio giungono nella cattedrale i simulacri dell’Angelo Custode e dei santi arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele, provenienti dal Santuario della Madonna. Più tardi si celebra il pontificale, al tramonto si accendono le luminarie che decorano le più importanti vie e, in particolar modo, piazza Incoronazione dove si installa una maestosa luminaria di circa 15 metri.

La Domenica

La domenica, alle ore dieci, ha inizio la solenne processione. Vi partecipano il vescovo, il clero diocesano, l’arciconfraternita del Soccorso,  la pia associazione di san Severino, i “portatori” di san Severo e degli Angeli, le autorità civili e militari.

La processione è aperta dallo stendardo del Soccorso, seguito dalle statue dei quattro Angeli e da quelle dei tre patroni; il simulacro della Madonna, al centro, chiude il corteo, seguito da un grande baldacchino in seta bianca ricamata in oro; due bande musicali si alternano al sacro, suonando incessantemente. Se alla processione prendono parte altri simulacri, essi prendono posto prima degli Angeli.

Dopo aver percorso un breve tragitto all’interno del borgo antico, la processione percorre l’intero “Giro Esterno”, il lungo anello corrispondente all’antica cinta muraria medievale, poi fa rientro nella cattedrale. Essa dura circa sei ore.

Il lunedì

La processione del lunedì è un po’ meno ricca: le autorità civili e religiose non ci sono e le statue dei quattro Angeli ritornano al Santuario della Madonna. Vi sono, quindi, i simulacri dei soli tre patroni (la statua di san Severo partecipa alla processione del lunedì solo dagli anni novanta del Novecento), preceduti dallo stendardo dell’arciconfraternita e seguiti dal baldacchino e da due bande musicali.

L’itinerario è più lungo, tanto che la durata della processione dura più di sette ore.

Al termine del tragitto, che percorre corso Garibaldi, via Masselli, via don Minzoni, viale Matteotti, piazza Incoronazione, via Ergizio e via Soccorso, la statua della Madonna rientra nel suo Santuario, mentre i simulacri dei due santi patroni la “accompagnano” per poi tornare nelle proprie chiese: San Severo nella cattedrale e San Severino nell’omonima chiesa.

L’ultimo tratto della processione, infine, coincide col gioioso ritorno della statua di san Severino alla propria chiesa, accompagnata dalla folla plaudente al suono della marcia di Radetzky.

Il tutto accompagnato dalle famose batterie e dai fujentes.

Di sicuro siete tutti in attesa di questo grande evento e allora vi auguriamo “Buona Festa”.

L. Sarto- M. Miceli- M. Elettorale 1^I

La cucina tradizionale foggiana

Scopriamo insieme quali sono i principali piatti tradizionali della nostra terra.

La cucina tradizionale foggiana è fatta di ricette semplici e povere dove si cerca di sfruttare i prodotti locali. 

Tra le ricette più semplici della nostra tradizione ci sono il pan cotto, gli spaghetti con la mollicafave e cicoria, i cardoncelli, la ciambotta e i lampascioni fritti

I nostri nonni vivevano di espedienti e sfruttavano ciò che la natura offriva, trasformandolo in cibo. Nei loro piatti non mancavano: i piccoli volatili, rane, erbe, verdure spontanee, legumi, patate e le lumachine.

La cucina tradizionale  non è molto ricca di pesce, è la carne l’ingrediente principale. Non potete dire di essere “veri” foggiani se non avete mai mangiato la domenica a pranzo le tradizionali braciole al sugo, involtini di manzo o vitello, conditi con un ripieno di aglio, pecorino, prezzemolo, sale e pepe, poi cucinati nella salsa di pomodoro.

Con questo saporito sugo si condiscono i troccoli, le orecchiette, i cicatelli.

Un altro piatto a base di carne sono i torcinelli, budello avvolto attorno alle interiora Si tratta di piccoli involtini, meglio se di circa 5 centimetri, realizzati con le interiora dell’agnello o di altri animali da cuocere arrosto ed insaporiti in vari modi a seconda della zona della Puglia di produzione.

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A dicembre, aspettando il Natale, panettone e pandoro cedono il posto alle regine delle feste: le cartellate, strisce di pasta dolce arrotolate su se stesse a mo’ di cestino, fritte, immerse nel vincotto e decorate con confettini colorati e cannella.  C’è poi la versione con il miele, ma in tal caso si chiamano “scarole”. Mostaccioli, mandorle atterrate, pupurati e calzoncelli non devono mancare, tutti dolci legati alla figura di Gesù Bambino, a base di cioccolato, mandorle, zucchero e vincotto.

Il vincotto è utilizzato poi anche in occasione della festa dei morti, infatti è uno degli ingredienti principali del granocotto. La sua ricetta è antichissima ed è molto semplice: si cuoce il grano, lo si lascia raffreddare e si aggiungono noci, scaglie di cioccolato e chicchi di melograno, infine si aggiunge il vincotto.

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Quando a Foggia arriva il natale le strade sono inondate dall’odore delle pettole, o pizze fritte, o scorpelle, che costituiscono poi il “pranzo” tipico della vigilia di Natale. Le pettole sono palline di farina, lievito di birra, sale ed acqua, fritte nell’olio bollente. Si possono preparare vuote o ripiene con pomodori, olive, acciughe o capperi

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A proposito di fritti, come non parlare degli scagliozzi, triangolini di polenta fritta, una vera istituzione della cucina foggiana.

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A Pasqua non possono mancare la scarcella, una ciambella con uova, farina, latte, ecc… decorata con codette colorate, e i tarallini all’uovo dolci col bianco d’uovo.

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Durante le afose serate estive il piatto tipico foggiano è sicuramente l’acquasale, anche questo un piatto molto povero, ma gustoso. Si fa ammorbidire il pane raffermo nell’acqua e poi si condisce con olio, sale, origano e pomodori freschi a pezzi. Alcuni aggiungono anche qualche fettina di cipolla.

Il Ferragosto foggiano ha come ricetta tradizionale il galluccio? In occasione della festa dell’Assunta, si serve a tavola un gallo al forno o al sugo. Entrambe le versioni sono hanno un ripieno con pane bagnato, pecorino, uva passa, pinoli, pepe e sale.

Galluccio Cucina Tradizionale FoggianaGalluccio

Quelle di cui vi abbiamo parlato sono solo alcune delle principali ricette della nostra tradizione culinaria, che sarà sì povera, ma sicuramente tanto gustosa! Vi abbiamo fatto venire fame?

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Qui ricetta dei pupurati, taralli tipici della Festa dei Morti.

Ingredienti:

  • 1 kg di farina 00
  • 2 uova
  • 300 gr di zucchero
  • 2 bustine di lievito per dolci
  • 100 gr di cacao amaro
  • 1 bicchiere di mosto cotto (in alternativa usare cioccolata fondente fusa)
  • 2 cucchiaini di cannella
  • 100 gr di mandorle tritate finemente
  • 100 gr di olio extra vergine di oliva
  • 1 cucchiaino di miele
  • 1 bacca di vaniglia o una bustina di vanillina
  • 10 chiodi di garofano
  • 1 bicchiere di lattePreparazione:
  • In un bicchiere di latte mettere in infusione 10 chiodi di garofano e lasciarli riposare per almeno un ora
  • In una grande ciotola versate la farina, lo zucchero, cannella e il cacao mescolate con una frusta
  • Aggiungete poi la bacca di vaniglia, le mandorle, le due bustine di lievito per dolci e i chiodi di garofano
  • E’ il momento d’incorporare tutti gli altri ingredienti ovvero, uova, olio, latte, miele e il mosto cotto
  • Mescolate energicamente per una mezz’ora circa fino ad ottenere un impasto compatto
  • Accendete il forno e fatelo scaldare alla temperatura di 180°
  • Dividete l’impasto in tante striscioline grandi all’incirca come il vostro dito anulare
  • Prendete una strisciolina per volta e lavoratela con le mani fino a darle una forma di un tarallo
  • Replicate l’operazione per tutte le striscioline
  • Una volta pronti schiacciateli un pochino, delicatamente con il palmo della mano
  • Foderate una teglia con della carta da forno e adagiate sopra le vostre creazioni
  • Infornate per circa 15 minuti

I Pupurati possono essere serviti caldi accompagnati a un bicchiere di latte o una tisana calda oppure potete, una volta raffreddati, conservarli per circa una settimana in contenitori di vetro con tappo ermetico così non perderete né i profumi né la particolare consistenza.

  • G. Ripoli- V. Del Viscio 1^I

La tradizione delle batterie

Derivanti dalle mascletás spagnole, le “batterie”, note anche col nome di “fuochi”, sono sequenze di esplosioni di diversa intensità; quelle notturne, in particolare, sono coloratissime e sono dette alla bolognese.

In genere aprono lo spettacolo le “rotelle”, isolati giochi di luce e rumore; segue la “batteria” propriamente detta, una lunga miccia che, bruciando, fa esplodere botti in  successione (a colpi ordinari seguono scoppi più forti, la “risposta”, e ogni tre risposte la “quinta”, un botto più violento, detto anche “rispostone” o “calcasso”), intervallata da bengala, fontane, “strappi” (colpi simultanei), ecc…, il tutto in crescendo verso l’ultima sezione del fuoco, il “finale”, velocissimo e forte, che aumenta (anche coll’incendio contemporaneo di più micce parallele) fino all’ultima grande esplosione.

 

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La tradizione dello scoppio delle batterie, tuttora in uso in diversi comuni pugliesi (e non solo), caratterizza le feste sanseveresi fin dal 600/700.

La prima testimonianza del fenomeno è un documento del 1707, in cui si ricorda l’invito rivolto dal clero parrocchiale di San Severino alla congregazione dei Morti allo scopo di «solennizzare la festa di essa Santissima Pietà nell’ultima Domenica di Maggio […] con ogni pompa possibile per maggior’ aumento, e devozione di essa Santissima Vergine, con sparatoria».

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Il riferimento all’impiego di sparatoria in occasione della ricorrenza religiosa e festeggiamenti sacri, mette in evidenza che tale tradizione era già dal 1707, una pratica tradizionale e radicata, indubbiamente in uso già nella seconda metà del Seicento.

Un primo esplicito riferimento documentario all’incendio di batterie è del 1748 in cui è scritto: «moltissimo Popolo, che andava sparando per li vichi molte botte, oltre le batterie di cinque mille e tre mille botte avanti le rispettive Chiese». Anche in questo caso si scrive di queste esplosioni come di elemento nient’affatto eccezionale, del tutto abitudinario, e si deduce che il loro incendio durante i sacri cortei è cosa comune, in uso da lungo tempo. Inoltre, si fa riferimento ad una distinzione tra batterie da cinquemila e batterie da tremila botti, di durata evidentemente diversa, e ciò significa che la produzione di questi artifici è già, a metà del Settecento, piuttosto elaborata, e non semplice.

Col tempo le batterie sono diventate sempre più la colonna sonora delle feste sanseveresi e, in particolare, della festa patronale, che, dalla prima metà del Novecento, si è arricchito di un ulteriore elemento spettacolare: i fujenti che corrono appresso il fuoco. Sfidando le scintille e la carta infocata, inseguiti dalle deflagrazioni sempre più forti e veloci sino al finale, essi danno vita a una spettacolare corsa collettiva, una fuga dalla morte che, tra gli scoppi è un inno alla gioia di vivere.

Nella seconda metà del Novecento, in più di un’occasione si è tentato – da parte sia dell’autorità civile sia di quella religiosa – di cancellare la tradizione della batterie o, quantomeno, di ridurne la potenza. Superate i tentativi di cancellazione del 1968, del 1986, del 1989 e del 1990, nel 2002 il locale commissariato volle applicare con precisione una circolare ministeriale sulla sicurezza pubblicata il 22 gennaio 2001.

La protesta non si fece attendere, e la domenica della festa patronale un gruppo di cittadini insorse bloccando la processione e costringendola al rientro. In quell’occasione venne aggredito verbalmente l’allora Vescovo di San Severo. Un comitato si fece dunque carico di salvare la tradizione, ottenendo una delibera dalla Commissione consultiva centrale del Ministero dell’Interno, che classificò le batterie sanseveresi come una “serie di colpetti a salve per impiego da strada tipica di San Severo” (ovvero “colpetti a salve alla sanseverese”).

Successivamente ebbe inizio il Palio delle batterie lungo i percorsi processionali in onore di Maria S.S. del Soccorso, Patrona della Città e della Diocesi. Esso si svolge la terza Domenica di Maggio. ed è una gara tra rioni per la batteria più bella.

L’invenzione è opera dell’Associazione Procivitate San Severo che nel 2004 ebbe l’originale idea di organizzare, con i primi rioni iscritti all’Associazione, il Palio delle Batterie Processionali, ancora oggi attivo.

Una Giuria Tecnica vota il vincitore a cui va, oltre ai premi, soprattutto il PALIO raffigurante l’immagine della Madonna.

Il 2018 è ricordato come un anno tragico per la nostra Festa Patronale.

La domenica della festa una donna fu ferita da un petardo partito da una batteria di petardi fatti esplodere durante i festeggiamenti per la Madonna del Soccorso a San Severo. La vittima, una donna di 41 anni, fu ricoverata in prognosi riservata all’ospedale Masselli Mascia col rischio di perdere un braccio.

La 41 enne stava assistendo ai tradizionali festeggiamenti che prevedono la processione della statua della Madonna scandita dagli spettacoli pirotecnici. Durante l’esplosione dell’ultima batteria, quella di Porta Lucera, la donna fu colpita da un petardo. Immediati i soccorsi: la 41enne fu trasportata all’ospedale sanseverese.

D’intesa con la pro loco, associazione che ha organizzato gli spettacoli pirotecnici, il sindaco Francesco Miglio ha annullò i fuochi previsti nella serata.

Spettacoli sospesi anche per la giornata di lunedì come segno di lutto per la morte di Cosimo del Vicario, l’operaio di 35 anni coinvolto, con un collega, nell’esplosione della fabbrica di fuochi d’artificio avvenuta il 28 aprile 2018.

Il decesso avvenne proprio mentre  erano in corso i festeggiamenti per la Santa Patrona: Cosimo del Vicario stava lavorando da mesi alla preparazione dei fuochi pirotecnici che sarebbero stati utilizzati per celebrare la Madonna del Soccorso.

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Lucia Sarto- Martina Miceli 1^I