La camorra tra storia e leggenda

Il termine “Camorra” nel XVII Secolo indicava un particolare tipo di stoffa, l’abbigliamento dei camorristi, alcuni linguisti hanno individuato l’origine in “Gamurra”, un abito femminile, mentre altri ancora in “Gamurri”, banditi spagnoli famosi per il loro giubbotto.

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L’archetipo era la Garduña, un’associazione criminale che si interessava al gioco e al baratto, nata a Toledo nel 1412. In molte canzoni di mafia,  viene invece fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani, uccisero un uomo e per questo furono condannati a 29 anni 11 mesi e 29 giorni di carcere nell’Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturano quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice dell’organizzazione e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

La prima volta però che il termine comparve in un atto pubblico fu nel 1735, legato al gioco d’azzardo: si trattava di una “prammatica” (legge) in cui venivano autorizzate a Napoli solo otto case da gioco, tra queste “Camorra avanti palazzo”, in attività sin dal XVII secolo e situata a fianco al Maschio Angioino. Che il termine indicasse un particolare gioco d’azzardo è testimoniato anche in un’istanza a re Carlo III di Borbone, dove si chiedeva al sovrano di reintrodurre tra i giochi legali “Li cotte, lo Sghizzo e la Camorra“.

Va segnalato inoltre che “Camorra” in spagnolo significa “lite”: “Buscar camorra” significa letteralmente “fare a botte“.

Di recente un’altra interpretazione di Francesco Montuori, fa derivare “Camorra” da “Camerario”, la camorra sarebbe quindi una tassa e i camorristi gli esattori. Questa interpretazione si sposa bene anche con la principale attività della Camorra, l’estorsione.

Storicamente la Camorra si organizzò molto prima della mafia siciliana e della ‘ndrangheta. Il mito della fondazione viene fatto risalire a una riunione a Napoli, mai dimostrata, nella Chiesa di Santa Caterina a Formello, nel 1820. Quel che è certo è che l’embrione dell’organizzazione si ebbe subito dopo la fallita rivoluzione partenopea del 1799, tra il 1810 e il 1820. Infatti il termine “Camorra” era presente già nelle Procedure per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle province infettate, meglio note come legge Pica, nel 1863: il termine “mafia” entrò nel codice penale solamente con la legge n.575 del 31/05/1965 “Disposizioni contro la mafia“, approvata dopo la Strage di Ciaculli.

Risale invece al 1842 uno statuto a firma di un certo Francesco Scorticelli, in cui si parla della camorra come “Bella società riformata“. Il prototipo del “mafioso” era ricalcato su un camorrista realmente esistito che spadroneggiava nelle carceri borboniche e “camurrìa” in dialetto siciliano significa proprio “fastidio, impiccio“.

Ai tempi dei Borbone

Negli anni della Restaurazione borbonica, la Camorra si diede un’organizzazione che prevedeva tre livelli gerarchici: picciotto d’onorepicciotto di sgarrocamorrista. L’aspirante camorrista, prima di poter intraprendere questo particolare cursus honorum, era chiamato “tamurro“. Ogni quartiere di Napoli  aveva un “caposocietà“, questi a loro volta eleggevano un “capintesta” generale della Camorra. Ogni capo della Camorra poteva fregiarsi del titolo di “Masto” (Maestro, Padrone). La medesima struttura era presente anche nell’area ristretta tra Caserta, Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, ma il capintesta veniva eletto solo tra i capisocietà di Napoli. I comuni, anche capoluoghi di provincia, erano equiparati ai quartieri di Napoli ed eleggevano un solo caposocietà.

Per entrare a far parte della Camorra bisognava rispondere a criteri precisi: erano esclusi gli omosessuali e chiunque avesse una moglie o una sorella prostituta. La prova di coraggio con la quale si stabiliva l’idoneità del candidato consisteva o nell’esecuzione di un omicidio o nello sfregio di uno dei nemici dell’organizzazione. Gli sfregi col rasoio erano in particolare la punizione per chi infrangeva il codice d’onore, sia che fosse affiliato o che non lo fosse. Una volta giudicato idoneo, il candidato doveva pronunciare un giuramento di fronte a due coltelli incrociati e combattere in un duello all’arma bianca contro un camorrista estratto a sorte. I duelli con il pugnale erano il rito di passaggio da un grado all’altro nella gerarchia criminale: raramente erano duelli all’ultimo sangue, avevano uno scopo prevalentemente cerimoniale. Il pugnale restava comunque l’arma preferita del camorrista per compiere i propri delitti.

Come criminalità urbana, esercitava la sua principale attività, l’estorsione, soprattutto nei carceri, vero luogo di reclutamento dell’organizzazione. Altri fronti delle attività camorristiche erano i mercati (dove veniva imposta una percentuale sulla vendita di farine, cereali, frutta, pesce, carne etc.) e le case da gioco, nonché la prostituzione. A Napoli in pratica non vi era attività commerciale che non prevedesse il pagamento di una tangente alla Camorra. L’addetto agli affari economici e finanziari dell’organizzazione era il “contarulo“, dove finivano tutti gli introiti delle estorsioni.

Ogni quartiere, inoltre, aveva un suo tribunale, che si chiamava “Mamma“: il tribunale supremo della città era la “Gran Mamma“, presieduto dal capintesta, che in quella funzione assumeva il titolo di “Mammasantissima“. Del resto, la stessa polizia borbonica assicurava impunità in cambio di tutela dell’ordine pubblico da parte della Camorra, che dopo la fallita insurrezione liberale del 15 maggio 1848 venne impiegata anche per raccogliere informazioni sulle manovre degli oppositori politici al governo borbonico.

 Sharon Ortore e Maria Concetta Draisci  3^H

 

LA MAFIA IN ITALIA

La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia.

La nascita del fenomeno è tuttora ritenuta incerta: infatti le organizzazioni di tradizione secolare sono la camorra, la ‘ndrangheta e Cosa nostra (le ultime due però divenute piuttosto note solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Da quest’ultima si suppone siano sorte ulteriori organizzazioni di stampo mafioso, quali la Stidda nella Sicilia centro-meridionale (nelle provincie di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa). Da ricordare anche la Sacra Corona Unita in Puglia che sarebbe nata da una costola della Nuova Camorra Organizzata da Raffaele Cutolo.

Il fenomeno mafioso – che in alcuni territori ha una diffusione capillare – ha assunto diversi caratteri e ha acquistato forme diverse, con strutture e codici seppur simili, diversi da regione a regione e talvolta anche tra province d’Italia. Accade anche che la distribuzione e il relativo controllo territoriale appaia complesso e in continua evoluzione e talvolta anche singoli quartieri della medesima città conoscano diverse tipologie organizzative, a seconda della famiglia che ne detiene il controllo.

Le formazioni sono spesso strutturate in clan con dei legami familiari quasi sempre di tipo allargato; ciò fa sì che le attività dell’organizzazione criminale rispecchino gli interessi di un determinato gruppo, detto appunto famiglia, che agevola però la frammentazione dei gruppi mafiosi.

Fare un calcolo dei ricavi della criminalità mafiosa è difficile e si scontra con limiti metodologici che nascono dalla mancanza di dati istituzionali, eppure alcune analisi sono state pubblicate. Sos Impresa nel suo XIII rapporto annuale attribuisce alla mafia un giro di affari di 138 miliardi e un utile di 105 miliardi all’anno, sebbene questo studio pecchi di scarsa trasparenza. Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati (della Banca d’Italia) hanno invece lavorato adottando metodi econometrici rigorosi e i risultati a cui sono giunti attribuiscono all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del PIL. Questo lavoro e altri simili hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la commissione nella sua relazione del 2012 a ripresentare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie. Queste stime econometriche tuttavia forniscono valori molto superiori alle stime delle attività criminali negli altri paesi sviluppati. Inoltre non distinguono all’interno delle attività criminali quelle attribuibili alle mafie, rischiando così di sovrastimare i ricavi delle mafie. In base ai risultati di una ricerca  effettuata da Transcrime nell’ambito del Progetto PON sicurezza 2007–2013  gli investimenti delle organizzazioni mafiose, utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, hanno però portato a un drastico ridimensionamento delle cifre prima citate: infatti i ricavi illegali in generale ammonterebbero in media all’1,7 per cento del PIL. In particolare nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. Considerato che il PIL nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro, si può concludere che la media dei ricavi illegali per il 2012 ammonterebbe a 25,7 miliardi di euro.

Sulla base della letteratura criminologica, le attività illegali non sono mai un monopolio esclusivo delle mafie. Pertanto, lo studio di Transcrime ha attribuito alle mafie italiane ricavi annui che variano da un minimo di 8 a un massimo di 13 miliardi di euro. Negli ultimi anni, l’Istat ha incluso alcune attività illegali nella contabilità nazionale, giungendo a delle stime che restano nell’ordine di quelle stimate da Transcrime. In particolare, per il 2013, le attività illegali sono state stimate pari a 16 miliardi.

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F. Cota 3^H

La Madonna Del Soccorso

Il culto della Madonna del Soccorso è legato agli Agostiniani. Tornati in città nel 1514, dopo un periodo di allontanamento, i monaci dettero inizio al culto della Madonna nera, sbocciato a Palermo nel 1306 per l’apparizione miracolosa della Vergine. Quando il monastero agostiniano venne definitivamente soppresso, la devozione alla Madonna fu tenuta viva dai massari di campo, che dopo il 1679 si riunirono in confraternita.

La Vergine nera,  nella mano  destra tiene alcune spighe di grano, un ramo d’olivo e un grappolo d’uva. Dopo una prima processione penitenziale, la statua della Madonna fu portata per i campi e nelle vie della città dal 1737.

Nella prima metà dell’Ottocento, il culto crebbe e nel 1857 la Madonna fu divenne patrona della città.

L’otto maggio 1937 la sua statua fu solennemente incoronata con diademi d’oro e pietre preziose.

Nonostante la Madonna sia nera, il Bambinello è bianco  e ha  fisionomia europea.

La festa del Soccorso si celebra la terza domenica di maggio, ma  ha inizio con la lunga processione della prima domenica del mese, quando la statua della Madonna e quella di san Severino sono condotte in processione nella cattedrale.

I simulacri dei tre patroni vengono messi sull’altare maggiore arricchito di paramenti.

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Il sabato

Nel primo pomeriggio giungono nella cattedrale i simulacri dell’Angelo Custode e dei santi arcangeli Raffaele, Gabriele e Michele, provenienti dal Santuario della Madonna. Più tardi si celebra il pontificale, al tramonto si accendono le luminarie che decorano le più importanti vie e, in particolar modo, piazza Incoronazione dove si installa una maestosa luminaria di circa 15 metri.

La Domenica

La domenica, alle ore dieci, ha inizio la solenne processione. Vi partecipano il vescovo, il clero diocesano, l’arciconfraternita del Soccorso,  la pia associazione di san Severino, i “portatori” di san Severo e degli Angeli, le autorità civili e militari.

La processione è aperta dallo stendardo del Soccorso, seguito dalle statue dei quattro Angeli e da quelle dei tre patroni; il simulacro della Madonna, al centro, chiude il corteo, seguito da un grande baldacchino in seta bianca ricamata in oro; due bande musicali si alternano al sacro, suonando incessantemente. Se alla processione prendono parte altri simulacri, essi prendono posto prima degli Angeli.

Dopo aver percorso un breve tragitto all’interno del borgo antico, la processione percorre l’intero “Giro Esterno”, il lungo anello corrispondente all’antica cinta muraria medievale, poi fa rientro nella cattedrale. Essa dura circa sei ore.

Il lunedì

La processione del lunedì è un po’ meno ricca: le autorità civili e religiose non ci sono e le statue dei quattro Angeli ritornano al Santuario della Madonna. Vi sono, quindi, i simulacri dei soli tre patroni (la statua di san Severo partecipa alla processione del lunedì solo dagli anni novanta del Novecento), preceduti dallo stendardo dell’arciconfraternita e seguiti dal baldacchino e da due bande musicali.

L’itinerario è più lungo, tanto che la durata della processione dura più di sette ore.

Al termine del tragitto, che percorre corso Garibaldi, via Masselli, via don Minzoni, viale Matteotti, piazza Incoronazione, via Ergizio e via Soccorso, la statua della Madonna rientra nel suo Santuario, mentre i simulacri dei due santi patroni la “accompagnano” per poi tornare nelle proprie chiese: San Severo nella cattedrale e San Severino nell’omonima chiesa.

L’ultimo tratto della processione, infine, coincide col gioioso ritorno della statua di san Severino alla propria chiesa, accompagnata dalla folla plaudente al suono della marcia di Radetzky.

Il tutto accompagnato dalle famose batterie e dai fujentes.

Di sicuro siete tutti in attesa di questo grande evento e allora vi auguriamo “Buona Festa”.

L. Sarto- M. Miceli- M. Elettorale 1^I

La tradizione delle batterie

Derivanti dalle mascletás spagnole, le “batterie”, note anche col nome di “fuochi”, sono sequenze di esplosioni di diversa intensità; quelle notturne, in particolare, sono coloratissime e sono dette alla bolognese.

In genere aprono lo spettacolo le “rotelle”, isolati giochi di luce e rumore; segue la “batteria” propriamente detta, una lunga miccia che, bruciando, fa esplodere botti in  successione (a colpi ordinari seguono scoppi più forti, la “risposta”, e ogni tre risposte la “quinta”, un botto più violento, detto anche “rispostone” o “calcasso”), intervallata da bengala, fontane, “strappi” (colpi simultanei), ecc…, il tutto in crescendo verso l’ultima sezione del fuoco, il “finale”, velocissimo e forte, che aumenta (anche coll’incendio contemporaneo di più micce parallele) fino all’ultima grande esplosione.

 

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La tradizione dello scoppio delle batterie, tuttora in uso in diversi comuni pugliesi (e non solo), caratterizza le feste sanseveresi fin dal 600/700.

La prima testimonianza del fenomeno è un documento del 1707, in cui si ricorda l’invito rivolto dal clero parrocchiale di San Severino alla congregazione dei Morti allo scopo di «solennizzare la festa di essa Santissima Pietà nell’ultima Domenica di Maggio […] con ogni pompa possibile per maggior’ aumento, e devozione di essa Santissima Vergine, con sparatoria».

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Il riferimento all’impiego di sparatoria in occasione della ricorrenza religiosa e festeggiamenti sacri, mette in evidenza che tale tradizione era già dal 1707, una pratica tradizionale e radicata, indubbiamente in uso già nella seconda metà del Seicento.

Un primo esplicito riferimento documentario all’incendio di batterie è del 1748 in cui è scritto: «moltissimo Popolo, che andava sparando per li vichi molte botte, oltre le batterie di cinque mille e tre mille botte avanti le rispettive Chiese». Anche in questo caso si scrive di queste esplosioni come di elemento nient’affatto eccezionale, del tutto abitudinario, e si deduce che il loro incendio durante i sacri cortei è cosa comune, in uso da lungo tempo. Inoltre, si fa riferimento ad una distinzione tra batterie da cinquemila e batterie da tremila botti, di durata evidentemente diversa, e ciò significa che la produzione di questi artifici è già, a metà del Settecento, piuttosto elaborata, e non semplice.

Col tempo le batterie sono diventate sempre più la colonna sonora delle feste sanseveresi e, in particolare, della festa patronale, che, dalla prima metà del Novecento, si è arricchito di un ulteriore elemento spettacolare: i fujenti che corrono appresso il fuoco. Sfidando le scintille e la carta infocata, inseguiti dalle deflagrazioni sempre più forti e veloci sino al finale, essi danno vita a una spettacolare corsa collettiva, una fuga dalla morte che, tra gli scoppi è un inno alla gioia di vivere.

Nella seconda metà del Novecento, in più di un’occasione si è tentato – da parte sia dell’autorità civile sia di quella religiosa – di cancellare la tradizione della batterie o, quantomeno, di ridurne la potenza. Superate i tentativi di cancellazione del 1968, del 1986, del 1989 e del 1990, nel 2002 il locale commissariato volle applicare con precisione una circolare ministeriale sulla sicurezza pubblicata il 22 gennaio 2001.

La protesta non si fece attendere, e la domenica della festa patronale un gruppo di cittadini insorse bloccando la processione e costringendola al rientro. In quell’occasione venne aggredito verbalmente l’allora Vescovo di San Severo. Un comitato si fece dunque carico di salvare la tradizione, ottenendo una delibera dalla Commissione consultiva centrale del Ministero dell’Interno, che classificò le batterie sanseveresi come una “serie di colpetti a salve per impiego da strada tipica di San Severo” (ovvero “colpetti a salve alla sanseverese”).

Successivamente ebbe inizio il Palio delle batterie lungo i percorsi processionali in onore di Maria S.S. del Soccorso, Patrona della Città e della Diocesi. Esso si svolge la terza Domenica di Maggio. ed è una gara tra rioni per la batteria più bella.

L’invenzione è opera dell’Associazione Procivitate San Severo che nel 2004 ebbe l’originale idea di organizzare, con i primi rioni iscritti all’Associazione, il Palio delle Batterie Processionali, ancora oggi attivo.

Una Giuria Tecnica vota il vincitore a cui va, oltre ai premi, soprattutto il PALIO raffigurante l’immagine della Madonna.

Il 2018 è ricordato come un anno tragico per la nostra Festa Patronale.

La domenica della festa una donna fu ferita da un petardo partito da una batteria di petardi fatti esplodere durante i festeggiamenti per la Madonna del Soccorso a San Severo. La vittima, una donna di 41 anni, fu ricoverata in prognosi riservata all’ospedale Masselli Mascia col rischio di perdere un braccio.

La 41 enne stava assistendo ai tradizionali festeggiamenti che prevedono la processione della statua della Madonna scandita dagli spettacoli pirotecnici. Durante l’esplosione dell’ultima batteria, quella di Porta Lucera, la donna fu colpita da un petardo. Immediati i soccorsi: la 41enne fu trasportata all’ospedale sanseverese.

D’intesa con la pro loco, associazione che ha organizzato gli spettacoli pirotecnici, il sindaco Francesco Miglio ha annullò i fuochi previsti nella serata.

Spettacoli sospesi anche per la giornata di lunedì come segno di lutto per la morte di Cosimo del Vicario, l’operaio di 35 anni coinvolto, con un collega, nell’esplosione della fabbrica di fuochi d’artificio avvenuta il 28 aprile 2018.

Il decesso avvenne proprio mentre  erano in corso i festeggiamenti per la Santa Patrona: Cosimo del Vicario stava lavorando da mesi alla preparazione dei fuochi pirotecnici che sarebbero stati utilizzati per celebrare la Madonna del Soccorso.

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Lucia Sarto- Martina Miceli 1^I

Storia della Festa Patronale a San Severo

La prima festa patronale del Soccorso risale al 1858, l’anno dopo che la Madonna divenne la nostra patrona.

Essa non è altro che la trasformazione della festa patronale di san Severo vescovo. Prima del Settecento, l’unica festa patronale è quella di san Severino abate, «Principale Padrone, Protettore e Difensore» della cittù e della diocesi.

Lo storico Antonio Luchino scrive che questa festa si celebrava con la collaborazione di tutto il governo della città e di tutto il popolo l’otto Gennaio.

Si trattava di una celebrazione religiosa e civile, in occasione della quale si esponeva la «bellissima Reliquia del Santo, il maggior osso del dito grosso della mano, che si conserva in una mezza statua di legno, rappresentante l’immagine del Santo in molti luoghi indorata, maestrevolmente fatta».

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Nata nel primo quarto del Settecento, la festa di san Severo vescovo fu subito caratterizzata da una processione, prima il 30 aprile, poi la domenica succesiva.

In processione si portava una reliquia del santo: inizialmente quella di un omonimo martire, in seguito una reliquia del patrono. Nel 1834, realizzata la statua del santo, essa fu portata in processione, sostituendo la reliquia.

Nel 1853 la confraternita del Soccorso ottenne dal vescovo e dal capitolo della cattedrale che la statua della Madonna nera, festeggiata la domenica della Misericordia (con processione dal 1811), fosse portata in processione con quella di san Severo. Così la festa di quest’ultimo divenne quella della Vergine del Soccorso. Quando, nel 1857 la Madonna fu eletta protettrice principale, i festeggiamenti di maggio diventarono quelli patronali per eccellenza, anche in considerazione dell’indebolimento del culto di san Severino, che alla metà del secolo divenne patrono secondario.

Nel 1858 la festa si svolse dal 29 aprile al 2 maggio.
Il primo giorno iniziò con spari e la statua della Madonna fu portata nella cattedrale, per l’occasione abbellita all’esterno e all’interno da paramenti, mentre l’interno era fiammeggiante per le numerose lampade.
Il simulacro fu posto «su di un Trono sfoggiante di arazzi e di ceri».
Il 30 aprile, ancora annunciato da botti, la città fu illuminata da luminarie. Il giorno seguente si distinse per «lo sparo più frequente e di artificiali batterie, la celebrazione di numerose Messe, il Pontificale del Vescovo assistito da tutto il Clero…».
Il 2 maggio, infine, la statua della Vergine fu portata in processione, con a sinistra quella di san Severo e preceduta dai 22 santi; parteciparono le confraternite, i seminaristi, il clero, il vescovo e le autorità locali.
Sul programma si legge: «Nel corso che farà il religioso corteo le prodigiose Statue di Nostra principale Padrona Maria Vergine, e del Nostro Protettore poseranno sopra due altari predisposti sino a che la grata pietà sciolga il voto delle oblazioni, e si consumino i preparati fuochi artificiali», ossia le batterie, segno di gioia e offerta votiva per la Vergine e i santi.

Nel 1908, ripristinato il patronato principale di san Severino, nella processione patronale di maggio la sua statua prese il posto alla sinistra della Madonna, passando quella di san Severo alla destra.

Col tempo la festa ha cambiato data, dalla prima domenica di maggio è passata alla terza domenica di maggio.

Nel 1963 la solennità della patrona è stata spostata all’otto maggio, anniversario dell’incoronazione del 1937.

Lucia Sarto – Miceli Martina 1^I

Il “Madamato” durante il Fascismo

L’espressione madamato deriva dal termine “madama” con cui in Eritrea si è soliti indicare l’indigena convivente con un italiano, e si riferisce appunto alla convivenza more uxorio con una donna nativa, una forma di relazione talmente diffusa da divenire pratica comune in colonia.

Dai primi anni di presenza italiana in Eritrea il fenomeno da più parti viene giustificato come rispondente al locale istituto tradizionale del “dämòz” – o matrimonio “per mercede” – una forma di contratto matrimoniale che vincola i coniugi a degli obblighi che, per l’uomo, hanno a che fare con la cura della prole anche dopo la fine del matrimonio. Nel madamato le donne indigene convivevano temporaneamente con uomini italiani, assicurando prestazioni domestiche e sessuali, ma questi erano liberi da vincoli e responsabilità nei riguardi  della donna e di eventuali figli. 

Un malinteso che consente all’italiano un disimpegno, liberandolo da obblighi giuridici, morali e materiali soprattutto al momento del rientro in patria, e che già Ferdinando Martini, primo governatore civile dell’Eritrea dal 1897 al 1907, giudica un “inganno” nei riguardi della donna nativa – che invece si considera moglie legittima – perdendo tutele per lei e per la prole e genera un numero assai elevato di meticci, solitamente non riconosciuti dal padre.

Pur non mancando esempi di assunzione di piena responsabilità da parte degli italiani nei confronti dei propri figli meticci e casi di convivenza assimilabili ad autentiche relazioni coniugali, nella maggioranza dei casi la consuetudine del madamato fu una forma di sopraffazione, sia razziale che di genere, che finisce con l’incidere pesantemente anche sugli equilibri socio-culturali locali.

Inoltre la giustificazione del madamato come forma di adeguamento all’istituto tradizionale del dämòz, valido in Eritrea, si diffuse anche in altre colonie e soprattutto in Somalia e la popolazione, nella quasi totalità islamica, non ha alcuna familiarità con forme di matrimonio temporaneo.                                                                                                                                                          

Tollerato dai comandi militari dell’epoca liberale, che lo preferiscono al rapporto occasionale con le prostitute, non solo per ragioni sanitarie ma anche in considerazione della maggiore stabilità di vita che una convivenza è in grado di assicurare ai militari il madamato cambia e diviene pericoloso agli occhi del regime fascista, che lo giudica pericoloso per l’integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale.
Per arginare il fenomeno e limitarne gli effetti, a soli due mesi dalla proclamazione dell’impero, il ministro Lessona insiste sulla necessità di “imporre a tutti gli ammogliati di portare le famiglie in colonia appena le condizioni di ambiente lo permettano”; ma ingiunge anche, allo scopo di tenere separate le due comunità, di “organizzare “case di tolleranza”, con donne di razza bianca”.

La misura resta disattesa: ancora nel 1938, ad Asmara, risulta una sola casa di tolleranza per una popolazione di 57.000 italiani. Una delle ragioni del fallimento è che il provvedimento si rivela inadeguato alle esigenze di una popolazione maschile crescente. Si vuole salvaguardare la razza,  ma non si ritiene opportuno offrire alla popolazione indigena l’immagine di donne italiane come prostitute.                                                                                                                                                                                                                                   

Dopo la invasione della Libia, il fenomeno si estese anche in quelle zone, tanto che, il 17 maggio 1932 Rodolfo Graziani emanò una circolare da Bengasi con la quale rimpatriava quattro ufficiali che ne avevano fatto ricorso.

Con l’introduzione delle leggi razziali, il madamato venne proibito e penalmente perseguito e per limitarlo ed estirparlo  furono emanate leggi apposite e nell’aprile del 1938 fu proibito.

Indro Montanelli, giornalista italiano, durante un’intervista del 1982, ricordò come, inviato ad Asmara, avesse contratto un rapporto di madamato con una bambina eritrea di 12 anni, che lo seguì durante i suoi spostamenti nei territori colonizzati.

A. Ciocio- L. Fontanello 3^H

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La contestazione del 68

A metà degli anni ’60 il mondo occidentale viveva nel benessere economico e nella stabilità sociale.  Il pericolo di una terza – e definitiva – guerra mondiale era finalmente scongiurato grazie alla riduzione degli attriti tra Usa e Urss e la vita di tutti i giorni aveva ripreso a seguire i suoi ritmi naturali.
Il sogno di un’esistenza serena, dopo i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 si ebbero i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi: l’automobile, la televisione, le ferie al mare.
Ma sotto quella stabilità prendeva vita la ribellione.

I padri di famiglia, che avevano vissuto in prima persona la tragedia della seconda guerra mondiale, rivendicavano il diritto di vivere in santa pace; i loro figli, invece, si accorsero che col benessere la società era diventata immobile e cominciarono a sentirsi ingabbiati.

Ad accentuare l’inquietudine dei giovani contribuirono la musica e la letteratura: i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan. In Italia c’erano gli “urlatori“, capeggiati da Celentano.

I genitori non gradivano questa richiesta di libertà da parte dei loro figli né riuscivano a comprendere le ragioni del loro rifiuto di una vita normale.
Così il divario tra due generazioni crebbe sempre di più e si arrivò alla protesta.

Durante gli ultimi mesi del 1964, l’università californiana di Berkeley fu occupata dagli studenti, guidati da un ragazzo di origini italiane, Mario Savio. Fu l’inizio della Contestazione.
Dalla California all’Europa e poi all’Italia il passo fu breve. Infatti, l’Italia fu il primo paese del vecchio continente a recepire il messaggio della protesta che veniva di là dall’oceano: il 9 febbraio del ’66, a Milano, vengono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori.
La principale imputazione è quella di aver diffuso volantini a favore dell’obiezione di coscienza, in questo modo istigando i militari alla disobbedienza. Sempre a Milano, il 22 dello stesso mese, si ebbe l’incriminazione di tre studenti e del preside del liceo ginnasio Parini, Daniele Mattalia.
Accusa: incitamento alla corruzione.
Causa di tanto rumore fu un inchiesta pubblicata sul giornalino dell’istituto, La zanzara.
dove si affrontava il tema del sesso. Essi scrissero: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
La conclusione era: “La religione in campo sessuale è apportatrice di sensi di colpa”.
Gli studenti e il preside furono rinviati a giudizio.
Partita da un liceo, la protesta si estese alle università, soprattutto quando il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui propose la riforma universitaria  con l’istituzione di tre titoli: diploma al biennio, laurea, dottorato di ricerca.
La prima protesta si levò dall’ateneo di Trento e in particolare alla facoltà di sociologia.
Lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo universitario. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore.

La massa degli studenti proponeva un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell’esame “alla pari” tra il docente e l’allievo.

Dalle università la contestazione passò ai licei, in particolare al liceo “Mamiani” situato al quartiere Prati – una delle zone più eleganti di Roma -, istituto frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. Essi dovevano obbedire ad un regolamento rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle “elementari norme igieniche”. Cominciò una serie di occupazioni, accompagnate da provvedimenti disciplinari.

La protesta degli studenti si allargava a macchia d’olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all’intervento delle forze armate.

Tutto era partito dall’USA, quando scoppiò la rivolta dei giovani contro i valori diffusi dalla società capitalista: individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa ai consumi.
I principali avvenimenti che influenzarono il movimento furono:
–  la guerra nel Vietnam (1960-1975) contro la quale si ebbero le prime manifestazioni studentesche negli USA già dal ’64.
Alla rivolta studentesca in USA si sovrappose la rivolta dei cittadini di colore, nelle due forme, pacifista (Martin Luther King) e violenta .
In questo periodo nacque la cultura “hippy” e successivamente, precisamente nel 1973, si ebbero gli accordi di pace di Parigi, ponendo fine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam.
Claudia De Matteis- Luca Pezzi 3^H
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