L’inquinamento e la giornata mondiale dell’ambiente

Ormai è noto che l’inquinamento atmosferico nuoce all’ambiente e alla salute umana. In Europa, le emissioni inquinanti sono diminuite in modo sostanziale negli ultimi decenni, determinando una migliore qualità dell’aria, ma le concentrazioni di inquinanti sono purtroppo ancora troppo elevate e i problemi legati alla qualità dell’aria persistono.

Molte persone della popolazione europea vivono in zone in cui si superano i limiti fissati dalle norme in materia di qualità dell’aria: l’inquinamento da ozono, biossido di azoto e particolato pone gravi rischi per la salute.

Ridurre l’inquinamento atmosferico, quindi, continua a essere importante.

5 GIUGNO, GIORNATA MONDIALE DELL’AMBIENTE, è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1972 e quest’anno è dedicata all’inquinamento atmosferico, che uccide circa sette milioni di persone ogni anno e rappresenta la causa principale di morti premature del mondo.

Siamo di fronte ad una  emergenza sanitaria ed ambientale, poiché le sostanze emesse in atmosfera contribuiscono  ai cambiamenti climatici e all’acidificazione degli oceani e minacciano le colture.

L’obiettivo della giornata è di diffondere la consapevolezza  dell’ambiente e promuovere  buone pratiche in grado di generare un impatto positivo sul pianeta.

Lo slogan scelto  del 2019, è “Sconfiggere l’inquinamento atmosferico ” e rappresenta un invito all’azione per combattere una delle più grandi sfide ambientali del nostro tempo. Ha ospitato gli eventi ufficiali la Cina, Paese ad altissimo tasso di inquinamento atmosferico, ma anche laboratorio di iniziative e di sperimentazione per una conversione ‘verde’.

Anche l’India, l’altro grande paese emergente e inquinato non è voluto essere da meno. Per aumentare la consapevolezza sulla necessità di contrastare l’inquinamento atmosferico, il ministero dell’ambiente indiano, ha realizzato un video musicale intitolato Hawa aane de. La canzone è un  invito, rivolto a tutti gli indiani, a impegnarsi per contrastare l’inquinamento che sta avvelenando le città dell’India.

Tota Carmela 3^H
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La camorra tra storia e leggenda

Il termine “Camorra” nel XVII Secolo indicava un particolare tipo di stoffa, l’abbigliamento dei camorristi, alcuni linguisti hanno individuato l’origine in “Gamurra”, un abito femminile, mentre altri ancora in “Gamurri”, banditi spagnoli famosi per il loro giubbotto.

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L’archetipo era la Garduña, un’associazione criminale che si interessava al gioco e al baratto, nata a Toledo nel 1412. In molte canzoni di mafia,  viene invece fatto riferimento a tre cavalieri spagnoli, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, che in tempi lontani, uccisero un uomo e per questo furono condannati a 29 anni 11 mesi e 29 giorni di carcere nell’Isola di Favignana. Al termine del periodo di detenzione maturano quelle regole di onore e omertà che costituiscono il codice dell’organizzazione e contraddistingueranno le future organizzazioni criminali mafiose italiane e si dividono: Osso fonderà Cosa Nostra in Sicilia, Mastrosso la ‘ndrangheta in Calabria e Carcagnosso la Camorra a Napoli.

La prima volta però che il termine comparve in un atto pubblico fu nel 1735, legato al gioco d’azzardo: si trattava di una “prammatica” (legge) in cui venivano autorizzate a Napoli solo otto case da gioco, tra queste “Camorra avanti palazzo”, in attività sin dal XVII secolo e situata a fianco al Maschio Angioino. Che il termine indicasse un particolare gioco d’azzardo è testimoniato anche in un’istanza a re Carlo III di Borbone, dove si chiedeva al sovrano di reintrodurre tra i giochi legali “Li cotte, lo Sghizzo e la Camorra“.

Va segnalato inoltre che “Camorra” in spagnolo significa “lite”: “Buscar camorra” significa letteralmente “fare a botte“.

Di recente un’altra interpretazione di Francesco Montuori, fa derivare “Camorra” da “Camerario”, la camorra sarebbe quindi una tassa e i camorristi gli esattori. Questa interpretazione si sposa bene anche con la principale attività della Camorra, l’estorsione.

Storicamente la Camorra si organizzò molto prima della mafia siciliana e della ‘ndrangheta. Il mito della fondazione viene fatto risalire a una riunione a Napoli, mai dimostrata, nella Chiesa di Santa Caterina a Formello, nel 1820. Quel che è certo è che l’embrione dell’organizzazione si ebbe subito dopo la fallita rivoluzione partenopea del 1799, tra il 1810 e il 1820. Infatti il termine “Camorra” era presente già nelle Procedure per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle province infettate, meglio note come legge Pica, nel 1863: il termine “mafia” entrò nel codice penale solamente con la legge n.575 del 31/05/1965 “Disposizioni contro la mafia“, approvata dopo la Strage di Ciaculli.

Risale invece al 1842 uno statuto a firma di un certo Francesco Scorticelli, in cui si parla della camorra come “Bella società riformata“. Il prototipo del “mafioso” era ricalcato su un camorrista realmente esistito che spadroneggiava nelle carceri borboniche e “camurrìa” in dialetto siciliano significa proprio “fastidio, impiccio“.

Ai tempi dei Borbone

Negli anni della Restaurazione borbonica, la Camorra si diede un’organizzazione che prevedeva tre livelli gerarchici: picciotto d’onorepicciotto di sgarrocamorrista. L’aspirante camorrista, prima di poter intraprendere questo particolare cursus honorum, era chiamato “tamurro“. Ogni quartiere di Napoli  aveva un “caposocietà“, questi a loro volta eleggevano un “capintesta” generale della Camorra. Ogni capo della Camorra poteva fregiarsi del titolo di “Masto” (Maestro, Padrone). La medesima struttura era presente anche nell’area ristretta tra Caserta, Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, ma il capintesta veniva eletto solo tra i capisocietà di Napoli. I comuni, anche capoluoghi di provincia, erano equiparati ai quartieri di Napoli ed eleggevano un solo caposocietà.

Per entrare a far parte della Camorra bisognava rispondere a criteri precisi: erano esclusi gli omosessuali e chiunque avesse una moglie o una sorella prostituta. La prova di coraggio con la quale si stabiliva l’idoneità del candidato consisteva o nell’esecuzione di un omicidio o nello sfregio di uno dei nemici dell’organizzazione. Gli sfregi col rasoio erano in particolare la punizione per chi infrangeva il codice d’onore, sia che fosse affiliato o che non lo fosse. Una volta giudicato idoneo, il candidato doveva pronunciare un giuramento di fronte a due coltelli incrociati e combattere in un duello all’arma bianca contro un camorrista estratto a sorte. I duelli con il pugnale erano il rito di passaggio da un grado all’altro nella gerarchia criminale: raramente erano duelli all’ultimo sangue, avevano uno scopo prevalentemente cerimoniale. Il pugnale restava comunque l’arma preferita del camorrista per compiere i propri delitti.

Come criminalità urbana, esercitava la sua principale attività, l’estorsione, soprattutto nei carceri, vero luogo di reclutamento dell’organizzazione. Altri fronti delle attività camorristiche erano i mercati (dove veniva imposta una percentuale sulla vendita di farine, cereali, frutta, pesce, carne etc.) e le case da gioco, nonché la prostituzione. A Napoli in pratica non vi era attività commerciale che non prevedesse il pagamento di una tangente alla Camorra. L’addetto agli affari economici e finanziari dell’organizzazione era il “contarulo“, dove finivano tutti gli introiti delle estorsioni.

Ogni quartiere, inoltre, aveva un suo tribunale, che si chiamava “Mamma“: il tribunale supremo della città era la “Gran Mamma“, presieduto dal capintesta, che in quella funzione assumeva il titolo di “Mammasantissima“. Del resto, la stessa polizia borbonica assicurava impunità in cambio di tutela dell’ordine pubblico da parte della Camorra, che dopo la fallita insurrezione liberale del 15 maggio 1848 venne impiegata anche per raccogliere informazioni sulle manovre degli oppositori politici al governo borbonico.

 Sharon Ortore e Maria Concetta Draisci  3^H

 

V Congresso di scienze:”Vita… a tutti i costi”

Lunedì 3 giugno siamo stati alla “Petrarca”, presso l’auditorium,  per il  congresso di scienze, il quinto precisamente che svolgiamo con le nostre scuole.
La novità di questo congresso è che è stato realizzato dalla nostra in rete con la scuola ” S. Chiara- Altamura” di Foggia e ha visto la partecipazione di molti insegnanti: prof.ssa Leone, prof.ssa Di Gioia, porf.ssa Di Pumpo, prof.ssa Liguori, prof.ssa Petti, Prof.ssa Spagnoletti, prof. Manzella e la prof.ssa Spadavecchio con la sua scuola di Foggia. Davvero un grande team!!
Quest’anno abbiamo svolto il tema della procreazione assistita e vi hanno partecipato le terze ed una seconda.
A parte le classi della nostra scuola, é venuto un gruppo di ragazzi delle classi 2° A e 3° A della scuola “Altamura” di Foggia.
Erano presenti anche la Preside, prif.ssa M. Concetta Bianco,  ed un ginecologo del consultorio Asl San Severo, il dott. Giuseppe Spallone.
Il congresso è cominciato con due  nostri compagni di che hanno presentato quello che avremmo svolto; subito dopo dei ragazzi  della 3° G e della 3° i hanno parlato dell’apparato riproduttore e dei problemi dell’infertilità e degli eventuali problemi che possono avere l’uomo e la donna, tutto illustrato con un power point.
È seguito l’intervento del dottore che è stata molto interessante, infatti ha spiegato il tutto attraverso un disegno alla lavagna che ci ha fatto capire bene l’argomento.
Più tardi alcune compagne di classe si sono soffermate sulla storia della procreazione, mettendo in evidenza come ancora oggi una donna che non.riesce ad avere figli si sente incompleta e parla do di Louse Brwon, la prima bambina nata in provetta.
C’è stata anche una cosa nuova con un racconto svolto da ragazze di nazionalità diversa, ad esempio una ragazza era africana, una indiana ed un’altra albanese e ci hanno parlato di come è diversa la procreazione assistita negli loro paesi.
Subito dopo un gruppo di ragazze ha parlato di queste storie di donne che non possono avere figli per colpa delle malattie, il tutto in inglese.
Come finale é arrivata sul palco una classe della Petrarca ed ogni ragazzo aveva una maschera bianca in faccia per affrontare il tema della clonazione.
Successivamente è stato affrontato anche l’aspetto etico che ha a che fare con la procreazione assistita sia attraverso un’intervista che attraverso uno studio su cosa dice la Chiesa riguardo le tecniche.di oggi.
Secondo noi é molto importante sapere tutte le informazioni sulla procreazione assistita perché è importante non abbattersi e non mollare la presa se non si riescono ad avere figli.
Al congresso abbiamo imparato cose nuove e abbiamo capito che la vita è un dono importante e siamo contente che la medicina sia andata avanti e sia arrivata ad aiutare tante coppie infertili a realizzare il loro desiderio di essere genitori.
                  Laura Fontanello                          Chiara Albanese 3°H

LA MAFIA IN ITALIA

La mafia in Italia ha origini e tradizioni secolari e ha avuto un ruolo importante nella storia, prima, durante e dopo l’Unità d’Italia.

La nascita del fenomeno è tuttora ritenuta incerta: infatti le organizzazioni di tradizione secolare sono la camorra, la ‘ndrangheta e Cosa nostra (le ultime due però divenute piuttosto note solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo). Da quest’ultima si suppone siano sorte ulteriori organizzazioni di stampo mafioso, quali la Stidda nella Sicilia centro-meridionale (nelle provincie di Agrigento, Caltanissetta, Enna e Ragusa). Da ricordare anche la Sacra Corona Unita in Puglia che sarebbe nata da una costola della Nuova Camorra Organizzata da Raffaele Cutolo.

Il fenomeno mafioso – che in alcuni territori ha una diffusione capillare – ha assunto diversi caratteri e ha acquistato forme diverse, con strutture e codici seppur simili, diversi da regione a regione e talvolta anche tra province d’Italia. Accade anche che la distribuzione e il relativo controllo territoriale appaia complesso e in continua evoluzione e talvolta anche singoli quartieri della medesima città conoscano diverse tipologie organizzative, a seconda della famiglia che ne detiene il controllo.

Le formazioni sono spesso strutturate in clan con dei legami familiari quasi sempre di tipo allargato; ciò fa sì che le attività dell’organizzazione criminale rispecchino gli interessi di un determinato gruppo, detto appunto famiglia, che agevola però la frammentazione dei gruppi mafiosi.

Fare un calcolo dei ricavi della criminalità mafiosa è difficile e si scontra con limiti metodologici che nascono dalla mancanza di dati istituzionali, eppure alcune analisi sono state pubblicate. Sos Impresa nel suo XIII rapporto annuale attribuisce alla mafia un giro di affari di 138 miliardi e un utile di 105 miliardi all’anno, sebbene questo studio pecchi di scarsa trasparenza. Guerino Ardizzi, Carmelo Petraglia, Massimiliano Piacenza e Gilberto Turati (della Banca d’Italia) hanno invece lavorato adottando metodi econometrici rigorosi e i risultati a cui sono giunti attribuiscono all’economia criminale un valore pari al 10,9 per cento del PIL. Questo lavoro e altri simili hanno costituito la documentazione di base per l’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia del vice direttore della Banca d’Italia e la testimonianza ha indotto la commissione nella sua relazione del 2012 a ripresentare la cifra fatidica di 150 miliardi di euro come fatturato delle mafie. Queste stime econometriche tuttavia forniscono valori molto superiori alle stime delle attività criminali negli altri paesi sviluppati. Inoltre non distinguono all’interno delle attività criminali quelle attribuibili alle mafie, rischiando così di sovrastimare i ricavi delle mafie. In base ai risultati di una ricerca  effettuata da Transcrime nell’ambito del Progetto PON sicurezza 2007–2013  gli investimenti delle organizzazioni mafiose, utilizzando dati “aperti” o tratti da documenti investigativi ufficiali di carattere nazionale e internazionale, sui ricavi a disposizione delle organizzazioni criminali mafiose, hanno però portato a un drastico ridimensionamento delle cifre prima citate: infatti i ricavi illegali in generale ammonterebbero in media all’1,7 per cento del PIL. In particolare nella ricerca vengono individuati ricavi che variano da un minimo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi. Considerato che il PIL nel 2012 è stato stimato dall’Istat in 1.395.236 milioni di euro, si può concludere che la media dei ricavi illegali per il 2012 ammonterebbe a 25,7 miliardi di euro.

Sulla base della letteratura criminologica, le attività illegali non sono mai un monopolio esclusivo delle mafie. Pertanto, lo studio di Transcrime ha attribuito alle mafie italiane ricavi annui che variano da un minimo di 8 a un massimo di 13 miliardi di euro. Negli ultimi anni, l’Istat ha incluso alcune attività illegali nella contabilità nazionale, giungendo a delle stime che restano nell’ordine di quelle stimate da Transcrime. In particolare, per il 2013, le attività illegali sono state stimate pari a 16 miliardi.

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F. Cota 3^H

L’Unicoop di Firenze chiude con la vendita di prodotti in plastica monouso

E’ l’annuncio che tutti si aspettano in questo periodo e la Unicoop di Firenze non ci ha pensato su tanto: “Dal 1° giugno non vendiamo più i prodotti in plastica usa e getta”.

Una buona notizia per l’ambiente quella che è stata annunciata. Lo stop al monouso da party o da merenda apre un nuovo capitolo nella lotta all’inquinamento

La Unicoop Firenze ha scelto di anticipare una direttiva europea che entrerà in vigore nel 2021. E’ una scelta coraggiosa perché la plastica usa e getta rappresenta una grande fetta del loro guadagno.

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L’Unicoop di Firenze è l’Unione di consumatori che dà molta importanza alla riduzione dei rifiuti in plastica che si accumulano ogni anno.

Unicoop Firenze ha lanciato dal 2009 una campagna per la riduzione delle buste della spesa in plastica, invitando i propri soci e clienti al loro riutilizzo. In  9 anni il 70% dei loro soci e clienti fa la spesa portando la borsa da casa.

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Quello che state vedendo è il 71% dei rifiuti a Firenze.

Infatti tutti questi rifiuti a causa di incendi aumentano l’inquinamento dell’aria.

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In questa immagine vi è un fuocherello costituito da bottiglie di plastica e legno.

F. Tancredi- R. Fabiano 1^H

Le “marocchinate”, bottino di guerra alla fine della Seconda Guerra mondiale

Le chiamavano “Marocchinate”: erano le donne vittime di violenze, stupri e omicidi nelle province di Frosinone e di Latina compiuti dalle truppe marocchine dell’esercito francese (cioè degli Alleati) dopo aver sconfitto i nazifascisti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il film “La ciociara” di Vittorio De Sica raccontò di quei giorni di devastazione della primavera del 1944 che fu per le popolazioni del Frusinate e del Pontino un incubo senza fine.
Protagonisti delle violenze furono 7 mila soldati marocchini, una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie), erano guerrieri berberi delle montagne dell’Atlante, organizzati in squadrone, reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela.

In ogni reparto un combattente su cinque era francese. Avevano sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici.

Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di aggirare la linea di difesa tedesca passando per i monti Aurunci, sfruttando la ferocia dei soldati marocchini. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati da questi.

Battuti i nazifascisti, ottennero in premio il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa.

Andrea Cionci su La Stampa scrisse: Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle fecero la stessa fine; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e abusato per una notte intera.

A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Tutti torturati e uccisi.

Un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero.

I presenti terrorizzati non potettero dare aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato di guardia puntava il moschetto sugli stessi”.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila.

Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un risarcimento per le “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime. E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree.

L’onorevole Rossi in Parlamento disse: “La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso.”

Il primo paese vicino Cassino che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944  fu Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu compiuto tale scempio che ne morì e non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue.

A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Secondo alcune informazioni  Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata.

Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate.

Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre!

Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate.

Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via dai francesi.

Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso.

A Vallecorsa, Luigi Mauri muore il 26 maggio 1944 nel tentativo di difendere la moglie Lauretti Assunta e le sue quattro figliole. Antonbenedetto Augusto muore il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere la moglie Nardoni Margherita.

Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944 avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto.

Sacchetti Antonio, Sacchetti Eugenio, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso.

Fatti analoghi accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine.

Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi  tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate.

Già nello sbarco in Sicilia le truppe marocchine al seguito degli Alleati si erano rese protagoniste di violenze sulle donne. Ma a Capizzi (Messina) la popolazione locale si vendicò ammazzando i colpevoli.
Il Vaticano chiese e ottenne che non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, dove i maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: “Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti.

Un partigiano ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano francese ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”.

Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi.

Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere controllate e disciplinate.

de Biase Anastasia e Draisci Maria Concetta 3^H

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La contestazione del 68

A metà degli anni ’60 il mondo occidentale viveva nel benessere economico e nella stabilità sociale.  Il pericolo di una terza – e definitiva – guerra mondiale era finalmente scongiurato grazie alla riduzione degli attriti tra Usa e Urss e la vita di tutti i giorni aveva ripreso a seguire i suoi ritmi naturali.
Il sogno di un’esistenza serena, dopo i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 si ebbero i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi: l’automobile, la televisione, le ferie al mare.
Ma sotto quella stabilità prendeva vita la ribellione.

I padri di famiglia, che avevano vissuto in prima persona la tragedia della seconda guerra mondiale, rivendicavano il diritto di vivere in santa pace; i loro figli, invece, si accorsero che col benessere la società era diventata immobile e cominciarono a sentirsi ingabbiati.

Ad accentuare l’inquietudine dei giovani contribuirono la musica e la letteratura: i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan. In Italia c’erano gli “urlatori“, capeggiati da Celentano.

I genitori non gradivano questa richiesta di libertà da parte dei loro figli né riuscivano a comprendere le ragioni del loro rifiuto di una vita normale.
Così il divario tra due generazioni crebbe sempre di più e si arrivò alla protesta.

Durante gli ultimi mesi del 1964, l’università californiana di Berkeley fu occupata dagli studenti, guidati da un ragazzo di origini italiane, Mario Savio. Fu l’inizio della Contestazione.
Dalla California all’Europa e poi all’Italia il passo fu breve. Infatti, l’Italia fu il primo paese del vecchio continente a recepire il messaggio della protesta che veniva di là dall’oceano: il 9 febbraio del ’66, a Milano, vengono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori.
La principale imputazione è quella di aver diffuso volantini a favore dell’obiezione di coscienza, in questo modo istigando i militari alla disobbedienza. Sempre a Milano, il 22 dello stesso mese, si ebbe l’incriminazione di tre studenti e del preside del liceo ginnasio Parini, Daniele Mattalia.
Accusa: incitamento alla corruzione.
Causa di tanto rumore fu un inchiesta pubblicata sul giornalino dell’istituto, La zanzara.
dove si affrontava il tema del sesso. Essi scrissero: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
La conclusione era: “La religione in campo sessuale è apportatrice di sensi di colpa”.
Gli studenti e il preside furono rinviati a giudizio.
Partita da un liceo, la protesta si estese alle università, soprattutto quando il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui propose la riforma universitaria  con l’istituzione di tre titoli: diploma al biennio, laurea, dottorato di ricerca.
La prima protesta si levò dall’ateneo di Trento e in particolare alla facoltà di sociologia.
Lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo universitario. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore.

La massa degli studenti proponeva un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell’esame “alla pari” tra il docente e l’allievo.

Dalle università la contestazione passò ai licei, in particolare al liceo “Mamiani” situato al quartiere Prati – una delle zone più eleganti di Roma -, istituto frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. Essi dovevano obbedire ad un regolamento rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle “elementari norme igieniche”. Cominciò una serie di occupazioni, accompagnate da provvedimenti disciplinari.

La protesta degli studenti si allargava a macchia d’olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all’intervento delle forze armate.

Tutto era partito dall’USA, quando scoppiò la rivolta dei giovani contro i valori diffusi dalla società capitalista: individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa ai consumi.
I principali avvenimenti che influenzarono il movimento furono:
–  la guerra nel Vietnam (1960-1975) contro la quale si ebbero le prime manifestazioni studentesche negli USA già dal ’64.
Alla rivolta studentesca in USA si sovrappose la rivolta dei cittadini di colore, nelle due forme, pacifista (Martin Luther King) e violenta .
In questo periodo nacque la cultura “hippy” e successivamente, precisamente nel 1973, si ebbero gli accordi di pace di Parigi, ponendo fine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam.
Claudia De Matteis- Luca Pezzi 3^H
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