Le “marocchinate”, bottino di guerra alla fine della Seconda Guerra mondiale

Le chiamavano “Marocchinate”: erano le donne vittime di violenze, stupri e omicidi nelle province di Frosinone e di Latina compiuti dalle truppe marocchine dell’esercito francese (cioè degli Alleati) dopo aver sconfitto i nazifascisti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il film “La ciociara” di Vittorio De Sica raccontò di quei giorni di devastazione della primavera del 1944 che fu per le popolazioni del Frusinate e del Pontino un incubo senza fine.
Protagonisti delle violenze furono 7 mila soldati marocchini, una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie), erano guerrieri berberi delle montagne dell’Atlante, organizzati in squadrone, reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela.

In ogni reparto un combattente su cinque era francese. Avevano sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici.

Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di aggirare la linea di difesa tedesca passando per i monti Aurunci, sfruttando la ferocia dei soldati marocchini. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati da questi.

Battuti i nazifascisti, ottennero in premio il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa.

Andrea Cionci su La Stampa scrisse: Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle fecero la stessa fine; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e abusato per una notte intera.

A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Tutti torturati e uccisi.

Un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero.

I presenti terrorizzati non potettero dare aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato di guardia puntava il moschetto sugli stessi”.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila.

Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un risarcimento per le “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime. E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree.

L’onorevole Rossi in Parlamento disse: “La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso.”

Il primo paese vicino Cassino che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944  fu Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu compiuto tale scempio che ne morì e non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue.

A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Secondo alcune informazioni  Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata.

Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate.

Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre!

Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate.

Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via dai francesi.

Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso.

A Vallecorsa, Luigi Mauri muore il 26 maggio 1944 nel tentativo di difendere la moglie Lauretti Assunta e le sue quattro figliole. Antonbenedetto Augusto muore il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere la moglie Nardoni Margherita.

Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944 avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto.

Sacchetti Antonio, Sacchetti Eugenio, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso.

Fatti analoghi accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine.

Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi  tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate.

Già nello sbarco in Sicilia le truppe marocchine al seguito degli Alleati si erano rese protagoniste di violenze sulle donne. Ma a Capizzi (Messina) la popolazione locale si vendicò ammazzando i colpevoli.
Il Vaticano chiese e ottenne che non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, dove i maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: “Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti.

Un partigiano ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano francese ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”.

Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi.

Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere controllate e disciplinate.

de Biase Anastasia e Draisci Maria Concetta 3^H

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Il “Madamato” durante il Fascismo

L’espressione madamato deriva dal termine “madama” con cui in Eritrea si è soliti indicare l’indigena convivente con un italiano, e si riferisce appunto alla convivenza more uxorio con una donna nativa, una forma di relazione talmente diffusa da divenire pratica comune in colonia.

Dai primi anni di presenza italiana in Eritrea il fenomeno da più parti viene giustificato come rispondente al locale istituto tradizionale del “dämòz” – o matrimonio “per mercede” – una forma di contratto matrimoniale che vincola i coniugi a degli obblighi che, per l’uomo, hanno a che fare con la cura della prole anche dopo la fine del matrimonio. Nel madamato le donne indigene convivevano temporaneamente con uomini italiani, assicurando prestazioni domestiche e sessuali, ma questi erano liberi da vincoli e responsabilità nei riguardi  della donna e di eventuali figli. 

Un malinteso che consente all’italiano un disimpegno, liberandolo da obblighi giuridici, morali e materiali soprattutto al momento del rientro in patria, e che già Ferdinando Martini, primo governatore civile dell’Eritrea dal 1897 al 1907, giudica un “inganno” nei riguardi della donna nativa – che invece si considera moglie legittima – perdendo tutele per lei e per la prole e genera un numero assai elevato di meticci, solitamente non riconosciuti dal padre.

Pur non mancando esempi di assunzione di piena responsabilità da parte degli italiani nei confronti dei propri figli meticci e casi di convivenza assimilabili ad autentiche relazioni coniugali, nella maggioranza dei casi la consuetudine del madamato fu una forma di sopraffazione, sia razziale che di genere, che finisce con l’incidere pesantemente anche sugli equilibri socio-culturali locali.

Inoltre la giustificazione del madamato come forma di adeguamento all’istituto tradizionale del dämòz, valido in Eritrea, si diffuse anche in altre colonie e soprattutto in Somalia e la popolazione, nella quasi totalità islamica, non ha alcuna familiarità con forme di matrimonio temporaneo.                                                                                                                                                          

Tollerato dai comandi militari dell’epoca liberale, che lo preferiscono al rapporto occasionale con le prostitute, non solo per ragioni sanitarie ma anche in considerazione della maggiore stabilità di vita che una convivenza è in grado di assicurare ai militari il madamato cambia e diviene pericoloso agli occhi del regime fascista, che lo giudica pericoloso per l’integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale.
Per arginare il fenomeno e limitarne gli effetti, a soli due mesi dalla proclamazione dell’impero, il ministro Lessona insiste sulla necessità di “imporre a tutti gli ammogliati di portare le famiglie in colonia appena le condizioni di ambiente lo permettano”; ma ingiunge anche, allo scopo di tenere separate le due comunità, di “organizzare “case di tolleranza”, con donne di razza bianca”.

La misura resta disattesa: ancora nel 1938, ad Asmara, risulta una sola casa di tolleranza per una popolazione di 57.000 italiani. Una delle ragioni del fallimento è che il provvedimento si rivela inadeguato alle esigenze di una popolazione maschile crescente. Si vuole salvaguardare la razza,  ma non si ritiene opportuno offrire alla popolazione indigena l’immagine di donne italiane come prostitute.                                                                                                                                                                                                                                   

Dopo la invasione della Libia, il fenomeno si estese anche in quelle zone, tanto che, il 17 maggio 1932 Rodolfo Graziani emanò una circolare da Bengasi con la quale rimpatriava quattro ufficiali che ne avevano fatto ricorso.

Con l’introduzione delle leggi razziali, il madamato venne proibito e penalmente perseguito e per limitarlo ed estirparlo  furono emanate leggi apposite e nell’aprile del 1938 fu proibito.

Indro Montanelli, giornalista italiano, durante un’intervista del 1982, ricordò come, inviato ad Asmara, avesse contratto un rapporto di madamato con una bambina eritrea di 12 anni, che lo seguì durante i suoi spostamenti nei territori colonizzati.

A. Ciocio- L. Fontanello 3^H

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La contestazione del 68

A metà degli anni ’60 il mondo occidentale viveva nel benessere economico e nella stabilità sociale.  Il pericolo di una terza – e definitiva – guerra mondiale era finalmente scongiurato grazie alla riduzione degli attriti tra Usa e Urss e la vita di tutti i giorni aveva ripreso a seguire i suoi ritmi naturali.
Il sogno di un’esistenza serena, dopo i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 si ebbero i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi: l’automobile, la televisione, le ferie al mare.
Ma sotto quella stabilità prendeva vita la ribellione.

I padri di famiglia, che avevano vissuto in prima persona la tragedia della seconda guerra mondiale, rivendicavano il diritto di vivere in santa pace; i loro figli, invece, si accorsero che col benessere la società era diventata immobile e cominciarono a sentirsi ingabbiati.

Ad accentuare l’inquietudine dei giovani contribuirono la musica e la letteratura: i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan. In Italia c’erano gli “urlatori“, capeggiati da Celentano.

I genitori non gradivano questa richiesta di libertà da parte dei loro figli né riuscivano a comprendere le ragioni del loro rifiuto di una vita normale.
Così il divario tra due generazioni crebbe sempre di più e si arrivò alla protesta.

Durante gli ultimi mesi del 1964, l’università californiana di Berkeley fu occupata dagli studenti, guidati da un ragazzo di origini italiane, Mario Savio. Fu l’inizio della Contestazione.
Dalla California all’Europa e poi all’Italia il passo fu breve. Infatti, l’Italia fu il primo paese del vecchio continente a recepire il messaggio della protesta che veniva di là dall’oceano: il 9 febbraio del ’66, a Milano, vengono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori.
La principale imputazione è quella di aver diffuso volantini a favore dell’obiezione di coscienza, in questo modo istigando i militari alla disobbedienza. Sempre a Milano, il 22 dello stesso mese, si ebbe l’incriminazione di tre studenti e del preside del liceo ginnasio Parini, Daniele Mattalia.
Accusa: incitamento alla corruzione.
Causa di tanto rumore fu un inchiesta pubblicata sul giornalino dell’istituto, La zanzara.
dove si affrontava il tema del sesso. Essi scrissero: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
La conclusione era: “La religione in campo sessuale è apportatrice di sensi di colpa”.
Gli studenti e il preside furono rinviati a giudizio.
Partita da un liceo, la protesta si estese alle università, soprattutto quando il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui propose la riforma universitaria  con l’istituzione di tre titoli: diploma al biennio, laurea, dottorato di ricerca.
La prima protesta si levò dall’ateneo di Trento e in particolare alla facoltà di sociologia.
Lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo universitario. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore.

La massa degli studenti proponeva un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell’esame “alla pari” tra il docente e l’allievo.

Dalle università la contestazione passò ai licei, in particolare al liceo “Mamiani” situato al quartiere Prati – una delle zone più eleganti di Roma -, istituto frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. Essi dovevano obbedire ad un regolamento rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle “elementari norme igieniche”. Cominciò una serie di occupazioni, accompagnate da provvedimenti disciplinari.

La protesta degli studenti si allargava a macchia d’olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all’intervento delle forze armate.

Tutto era partito dall’USA, quando scoppiò la rivolta dei giovani contro i valori diffusi dalla società capitalista: individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa ai consumi.
I principali avvenimenti che influenzarono il movimento furono:
–  la guerra nel Vietnam (1960-1975) contro la quale si ebbero le prime manifestazioni studentesche negli USA già dal ’64.
Alla rivolta studentesca in USA si sovrappose la rivolta dei cittadini di colore, nelle due forme, pacifista (Martin Luther King) e violenta .
In questo periodo nacque la cultura “hippy” e successivamente, precisamente nel 1973, si ebbero gli accordi di pace di Parigi, ponendo fine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam.
Claudia De Matteis- Luca Pezzi 3^H
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Le mine antiuomo

Le mine così come altri residui bellici inesplosi  uccidono, feriscono e rendono orfani i bambini.

In molti paesi colpiti da tale fenomeno, i bambini rappresentano un terzo di tutte le vittime. Secondo la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, circa 6000 persone sono state uccise o mutilate da queste stesse mine nel 2006, il numero più basso di incidenti registrati dall’entrata in vigore nel 1997 del Trattato per la messa al bando delle mine.

I bambini sono le principali vittime delle mine e degli ordigni bellici inesplosiI bambini ed in particolare quelli rifugiati e sfollati sono quelli più in pericolo e i principali bersagli delle mine antiuomo perchè ignari dei pericoli derivanti dal giocare o attraversare zone pericolose.

Le lesioni provocate dalle mine antiuomo includono la perdita degli arti, la vista o l’udito con la conseguente inabilità permanente.

Senza adeguate cure mediche, i bambini feriti dalle mine antiuomo sono spesso tolti dalle scuole. Hanno quindi limitate prospettive future in campo educativo e professionale e sono spesso considerati un peso per le loro stesse famiglie.

Il costo per la cura a lungo termine per i bambini vittime delle mine antiuomo può rivelarsi molto alto.

Le cliniche di riabilitazione sono spesso troppo costose se non addirittura difficili da raggiungere.

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Una mina viene posizionato sul terreno o sottoterra, dotato di una carica esplosiva e che viene azionato dalla pressione di un veicolo, di un piede che vi passano sopra o da fili da inciampo. Il termine viene generalmente usato per indicare ordigni progettati e prodotti a livello industriale, e quindi non per ordigni improvvisati.

Nella tattica moderna, le mine sono utilizzate per impedire l’accesso a determinate zone, per esempio per impedire al nemico di oltrepassare confini contesi o, più in generale, per limitarne i movimenti; lo scopo è quindi simile a quello del filo spinato.

L’Italia è stata fino ai primi anni novanta uno dei principali paesi produttori di mine terrestri e antiuomo, la cui produzione e commercio venne bloccata da una moratoria del Governo Berlusconi I del 1994.

Le mine antiuomo non ancora identificate impediscono la costruzione di case, strade, scuole, strutture sanitarie ed altri servizi essenziali. Impediscono inoltre l’accesso ai terreni agricoli e l’irrigazione.

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M. Pazienza-C. De Matteis 3^H

Perchè ricordiamo il 25 Aprile?

Il 25 aprile è il giorno in cui in Italia si ricorda la festa della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. L’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò quel giorno ma si considera il 25 aprile come data simbolo, perché quel giorno del 1945 coincise con l’inizio della ritirata dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano per riprendere le città.

La decisione di scegliere il 25 aprile come “anniversario della Liberazione d’Italia” fu presa il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio – il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia – stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata definitivamente nel maggio 1949 con la legge n. 269, presentata da De Gasperi nel settembre 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio, il giorno di Natale e da alcuni anni la festa della Repubblica.

La guerra in Italia non finì il 25 aprile 1945, continuò ancora per qualche giorno.

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Nei primi mesi del 1945 c’erano migliaia di persone, per lo più partigiani, che combattevano contro l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò nell’Italia settentrionale. A sud della Pianura Padana nel marzo del 1945 c’erano molti soldati tedeschi, che cercavano di resistere agli Alleati, che intensificarono la loro offensiva a partire dal 9 aprile lungo un fronte più o meno parallelo alla via Emilia.

L’offensiva fu da subito un successo, sia per la superiorità di uomini e mezzi degli attaccanti che per il generale sentimento di sfiducia e inevitabilità nella sconfitta, che si era diffuso tra i soldati tedeschi e i fascisti, nonostante le volontà delle autorità tedesche e fasciste di continuare la guerra fino all’ultimo.

Il 10 aprile il Partito Comunista diffuse a tutte le organizzazioni locali la “Direttiva n. 16”, in cui si diceva che era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo»; il 16 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui facevano gli antifascisti e i movimenti di resistenza italiana, cioè i membri del Partito d’Azione) emanò simili istruzioni di insurrezione generale.

I partigiani organizzarono e avviarono attacchi verso i centri urbani. Bologna, ad esempio, fu attaccata dai partigiani il 19 aprile e definitivamente liberata con l’aiuto degli alleati il 21.

Il 24 aprile 1945 gli alleati superarono il Po, e il 25 aprile i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino. A Milano era stato proclamato, a partire dalla mattina del 23, uno sciopero generale, annunciato alla radio “Milano Libera” da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, allora partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

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Le fabbriche furono occupate e presidiate e la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria.

La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como (sarebbe stato poi catturato dai partigiani due giorni dopo e ucciso il 28 aprile). I partigiani continuarono ad arrivare a Milano nei giorni tra il 25 e il 28, sconfiggendo le residue e limitate resistenze.

Una grande manifestazione di celebrazione della liberazione si tenne a Milano il 28 aprile. Gli americani arrivarono nella città il 1° maggio.

Davide Bonaventura 1^H

17 Marzo 1861: Unità d’Italia. 

17 Marzo 1861: Unità d’Italia. Secondo la storia risorgimentale è il giorno che ha liberato la penisola italica e il Meridione dallo straniero invasore ed oppressore per dare vita a un Regno libero, guidato dal  Re “galantuomo” Vittorio Emanuele II. Un regno che si è formato grazie al conte di Cavour e a Giuseppe Garibaldi, che nel giro di pochi mesi, prese il Regno delle Due Sicilie.

Il Regno delle Due Sicilie non era una nazione arretrata e governata dallo straniero, era uno Stato legittimo, sovrano e indipendente sin dal 1734-35. Con i Borbone, il Sud divenne insieme all’Inghilterra e alla Francia il Paese più florido d’Europa.

Nel 1817 le Due Sicilie vantavano vari primati, tra cui la costruzione della prima ferrovia italiana, la prima illuminazione a gas in una città italiana, il primo ponte sospeso in ferro in Italia, la prima fabbrica di locomotive e materiale ferroviario d’Italia, la prima Nazione a effettuare la raccolta differenziata e a costruire edifici antisismici, il primo osservatorio astronomico italiano.

I Borbone, inoltre, costruirono il più antico teatro operistico del mondo ancora attivo , la Reggia di Caserta, quelle di Portici e di Carditello, portarono alla luce gli Scavi Archeologici di Ercolano e Pompei, fondarono il conservatorio di San Pietro a Majella, l’Albergo dei Poveri, la Fabbrica di Capodimonte per le porcellane, le prime cattedre di astronomia ed economia e tante altre.

Non era una nazione così arretrata come oggi comunemente si pensa. Il Regno delle Due Sicilie non era certo un paradiso,  ma se la passava meglio di tante altre nazioni europee. Basti pensare a Charles Dickens e alle sue descrizioni delle impietose condizioni in cui versava la popolazione inglese nell’Ottocento per capire che quella del Regno delle due Sicilie non era in condizioni peggiori.

Bersagliere con brigante
Bersagliere con il brigante Nicola Napolitano appena fucilato

Il Conte Cavour decise di invadere  il Regno di Francesco II. Cugino di Vittorio Emanuele II il giovane re Borbone era appena salito al trono per la morte prematura del padre Ferdinando II.

Vittorio Emanuele II fece passare come “autonoma” la spedizione dei mille, mentre giurava amicizia a “Francischiello” e condannava Garibaldi.

Nel frattempo venivano corrotti i generali ed alti ufficiali dell’esercito siciliano, i quali ordinavano ai propri soldati di arrendersi:  circa 3000 soldati si ritirarono su ordine del generale Landi, in Calabria 10.000 uomini alzarono bandiera bianca senza sparare un solo colpo. Solo il popolo e i semplici soldati dimostrarono lealtà al legittimo re, sacrificando spesso la propria vita.

Garibaldi, arrivato a Napoli fu accolto dal prefetto Liborio Romano che mise a capo della polizia il camorrista Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Crescienzo. La camorra, già esistente prima del 1861, di cui si servirono anche i sovrani borbonici per tenere sotto controllo le zone malfamate di Napoli, cominciò a quel punto il suo percorso di infiltrazione nei poteri di governo.

Lo stesso discorso fatto sulla camorra vale anche per la mafia: i “mafiosi”  erano, infatti,  le guardie armate a difesa dei possedimenti dei proprietari terriera.

Più tardi Giuseppe Garibaldi, si pentì amaramente di aver fatto la campagna meridionale, rinnegando l’Unità d’Italia.

Perché invadere il Regno delle Due Sicilie? Non esistono adeguate fonti per dare delle motivazioni, ma soltanto delle supposizioni. Di certo il processo di unificazione fu un movimento voluto dall’alto, tanto che Massimo D’Azeglio disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Secondo gli storici del revisionismo del Risorgimento, l’unità italia fu dettata da motivazioni di tipo economico.

Il Regno di Sardegna aveva un enorme debito pubblico: le numerose guerre intraprese in precedenza lo aveva portato quasi al fallimento. Nel Mezzogiorno invece l’economia era sotto controllo perchè un lungo periodo di pace aveva favorito la stabilità economica. Il solo Regno delle Due Sicilie possedeva, nel 1860, una quantità di oro pari al doppio dell’oro di tutti gli altri stati della penisola italiana messi insieme, 60 volte superiore a quello dei Savoia.

Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II
Con l’invasione le città meridionali vittime di eccidi furono più di 100, in cui persero la vita migliaia e migliaia di civili compresi bambini e donne le quali furono prima stuprate: Bronte, Montefalcione, Pontelandolfo e Casalduni. Gli stessi inglesi, nemici delle Due Sicilie che appoggiarono la campagna sabaudo-garibaldina, rimproverano l’eccessiva ferocia degli invasori.

I soldati dell’ex esercito furono allora etichettati come “briganti”, fuorilegge da mettere a morte e con i cui corpi senza vita e le teste mozzate si fecero fotografare i carabinieri e i bersaglieri.

Cialdini e Nino Bixio, che lo Stato Italiano ha eletto a eroi e Padri della Patria, furono autori di crimini contro l’umanità, uccidendo moltissimi meridionali.

Dopo l’unificazione ebbe inizio il declino sociale ed economico del Mezzogiorno: Sicilia, Calabria e Puglia erano le prime 3 regioni della penisola per numero di operai nel 1860, oggi sono ai primi posti per numeri dei disoccupati. Nacque la questione meridionale per risolvere la questione settentrionale.

Il PIL pro capite tra centro-nord (in alto) sud e isole (in basso). 

“Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così”. Così si è espresso Andrea Camilleri in un articolo apparso su L’Unità del 21 gennaio 2008.

Queste sono le parole Fëdor Michajlovič Dostoevskij sull’appena nato Regno d’Italia: “Per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”.

Ecco un ritratto allora diverso dell’Unità d’Italia.

Solo rendendo giustizia alla Storia si può guardare avanti, solo riconoscendo gli errori del passato si può superare la rivalità tra Nord e Sud. Un Sud che merita, e deve pretendere, un risarcimento soprattutto morale e il riconoscimento di quanto abbia perso grazie a un’Unità d’Italia fatta male. 

L’unificazione forse sarebbe avvenuta lo stesso, sorretta dalla volontà popolare e non fondata su violenza e soprusi.

G. Priore- S. Ortore 1^I

Garibaldi: eroe o invasore?

Che cosa diremmo oggi se degli avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

Eppure nel 1861 delle camice rosse e dei “mille”, guidati da Garibaldi, invasero uno stato sovrano, come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale.

Ma chi li voleva i “liberatori” garibaldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti gli storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi dovrebbero tirar fuori i  documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle questure di quasi tutto il Sud, perchè resterebbero scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello  definito “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione. 

Tutti noi ricordiamo Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti e a centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a tante barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e Garibaldi, che furono dei criminali di guerra. Infatti la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la conquista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico?

E perché non ricordare che il popolo, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Briganti come Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale. Anzi la vera Resistenza, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65!

Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di donne stuprate, di uomini massacrati, torturati, decapitati, di villaggi incendiati, di montagne deforestate.

Non dimentichiamo che la nascente industria settentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche. Il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per far fronte al debito pubblico del Piemonte. Dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori e ad issare la loro vera bandiera, il giglio borbonico.

I famosi plebisciti del 1861 furono una farsa: vi parteciparono solo il 2% della popolazione e i seggi elettorali erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, di tricolori e busti del sovrano.

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, anche a scapito del meridionalismo piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia.

Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccoli borghesi avidi di affari al seguito di Garibaldi, ma i meridionali che si opposero fino a perdere la loro vita, gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati e uccisi.

Quanti sanno che a Fenestrelle operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali, contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria!

A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

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CARAFA MATTEO & PAZIENZA MICHELE    3 H