La contestazione del 68

A metà degli anni ’60 il mondo occidentale viveva nel benessere economico e nella stabilità sociale.  Il pericolo di una terza – e definitiva – guerra mondiale era finalmente scongiurato grazie alla riduzione degli attriti tra Usa e Urss e la vita di tutti i giorni aveva ripreso a seguire i suoi ritmi naturali.
Il sogno di un’esistenza serena, dopo i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 si ebbero i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi: l’automobile, la televisione, le ferie al mare.
Ma sotto quella stabilità prendeva vita la ribellione.

I padri di famiglia, che avevano vissuto in prima persona la tragedia della seconda guerra mondiale, rivendicavano il diritto di vivere in santa pace; i loro figli, invece, si accorsero che col benessere la società era diventata immobile e cominciarono a sentirsi ingabbiati.

Ad accentuare l’inquietudine dei giovani contribuirono la musica e la letteratura: i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan. In Italia c’erano gli “urlatori“, capeggiati da Celentano.

I genitori non gradivano questa richiesta di libertà da parte dei loro figli né riuscivano a comprendere le ragioni del loro rifiuto di una vita normale.
Così il divario tra due generazioni crebbe sempre di più e si arrivò alla protesta.

Durante gli ultimi mesi del 1964, l’università californiana di Berkeley fu occupata dagli studenti, guidati da un ragazzo di origini italiane, Mario Savio. Fu l’inizio della Contestazione.
Dalla California all’Europa e poi all’Italia il passo fu breve. Infatti, l’Italia fu il primo paese del vecchio continente a recepire il messaggio della protesta che veniva di là dall’oceano: il 9 febbraio del ’66, a Milano, vengono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori.
La principale imputazione è quella di aver diffuso volantini a favore dell’obiezione di coscienza, in questo modo istigando i militari alla disobbedienza. Sempre a Milano, il 22 dello stesso mese, si ebbe l’incriminazione di tre studenti e del preside del liceo ginnasio Parini, Daniele Mattalia.
Accusa: incitamento alla corruzione.
Causa di tanto rumore fu un inchiesta pubblicata sul giornalino dell’istituto, La zanzara.
dove si affrontava il tema del sesso. Essi scrissero: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
La conclusione era: “La religione in campo sessuale è apportatrice di sensi di colpa”.
Gli studenti e il preside furono rinviati a giudizio.
Partita da un liceo, la protesta si estese alle università, soprattutto quando il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui propose la riforma universitaria  con l’istituzione di tre titoli: diploma al biennio, laurea, dottorato di ricerca.
La prima protesta si levò dall’ateneo di Trento e in particolare alla facoltà di sociologia.
Lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo universitario. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore.

La massa degli studenti proponeva un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell’esame “alla pari” tra il docente e l’allievo.

Dalle università la contestazione passò ai licei, in particolare al liceo “Mamiani” situato al quartiere Prati – una delle zone più eleganti di Roma -, istituto frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. Essi dovevano obbedire ad un regolamento rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle “elementari norme igieniche”. Cominciò una serie di occupazioni, accompagnate da provvedimenti disciplinari.

La protesta degli studenti si allargava a macchia d’olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all’intervento delle forze armate.

Tutto era partito dall’USA, quando scoppiò la rivolta dei giovani contro i valori diffusi dalla società capitalista: individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa ai consumi.
I principali avvenimenti che influenzarono il movimento furono:
–  la guerra nel Vietnam (1960-1975) contro la quale si ebbero le prime manifestazioni studentesche negli USA già dal ’64.
Alla rivolta studentesca in USA si sovrappose la rivolta dei cittadini di colore, nelle due forme, pacifista (Martin Luther King) e violenta .
In questo periodo nacque la cultura “hippy” e successivamente, precisamente nel 1973, si ebbero gli accordi di pace di Parigi, ponendo fine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam.
Claudia De Matteis- Luca Pezzi 3^H
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Perchè ricordiamo il 25 Aprile?

Il 25 aprile è il giorno in cui in Italia si ricorda la festa della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. L’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò quel giorno ma si considera il 25 aprile come data simbolo, perché quel giorno del 1945 coincise con l’inizio della ritirata dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano per riprendere le città.

La decisione di scegliere il 25 aprile come “anniversario della Liberazione d’Italia” fu presa il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio – il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia – stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata definitivamente nel maggio 1949 con la legge n. 269, presentata da De Gasperi nel settembre 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio, il giorno di Natale e da alcuni anni la festa della Repubblica.

La guerra in Italia non finì il 25 aprile 1945, continuò ancora per qualche giorno.

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Nei primi mesi del 1945 c’erano migliaia di persone, per lo più partigiani, che combattevano contro l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò nell’Italia settentrionale. A sud della Pianura Padana nel marzo del 1945 c’erano molti soldati tedeschi, che cercavano di resistere agli Alleati, che intensificarono la loro offensiva a partire dal 9 aprile lungo un fronte più o meno parallelo alla via Emilia.

L’offensiva fu da subito un successo, sia per la superiorità di uomini e mezzi degli attaccanti che per il generale sentimento di sfiducia e inevitabilità nella sconfitta, che si era diffuso tra i soldati tedeschi e i fascisti, nonostante le volontà delle autorità tedesche e fasciste di continuare la guerra fino all’ultimo.

Il 10 aprile il Partito Comunista diffuse a tutte le organizzazioni locali la “Direttiva n. 16”, in cui si diceva che era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo»; il 16 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, di cui facevano gli antifascisti e i movimenti di resistenza italiana, cioè i membri del Partito d’Azione) emanò simili istruzioni di insurrezione generale.

I partigiani organizzarono e avviarono attacchi verso i centri urbani. Bologna, ad esempio, fu attaccata dai partigiani il 19 aprile e definitivamente liberata con l’aiuto degli alleati il 21.

Il 24 aprile 1945 gli alleati superarono il Po, e il 25 aprile i soldati tedeschi e della repubblica di Salò cominciarono a ritirarsi da Milano e da Torino. A Milano era stato proclamato, a partire dalla mattina del 23, uno sciopero generale, annunciato alla radio “Milano Libera” da Sandro Pertini, futuro presidente della Repubblica, allora partigiano e membro del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

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Le fabbriche furono occupate e presidiate e la tipografia del Corriere della Sera fu usata per stampare i primi fogli che annunciavano la vittoria.

La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como (sarebbe stato poi catturato dai partigiani due giorni dopo e ucciso il 28 aprile). I partigiani continuarono ad arrivare a Milano nei giorni tra il 25 e il 28, sconfiggendo le residue e limitate resistenze.

Una grande manifestazione di celebrazione della liberazione si tenne a Milano il 28 aprile. Gli americani arrivarono nella città il 1° maggio.

Davide Bonaventura 1^H

17 Marzo 1861: Unità d’Italia. 

17 Marzo 1861: Unità d’Italia. Secondo la storia risorgimentale è il giorno che ha liberato la penisola italica e il Meridione dallo straniero invasore ed oppressore per dare vita a un Regno libero, guidato dal  Re “galantuomo” Vittorio Emanuele II. Un regno che si è formato grazie al conte di Cavour e a Giuseppe Garibaldi, che nel giro di pochi mesi, prese il Regno delle Due Sicilie.

Il Regno delle Due Sicilie non era una nazione arretrata e governata dallo straniero, era uno Stato legittimo, sovrano e indipendente sin dal 1734-35. Con i Borbone, il Sud divenne insieme all’Inghilterra e alla Francia il Paese più florido d’Europa.

Nel 1817 le Due Sicilie vantavano vari primati, tra cui la costruzione della prima ferrovia italiana, la prima illuminazione a gas in una città italiana, il primo ponte sospeso in ferro in Italia, la prima fabbrica di locomotive e materiale ferroviario d’Italia, la prima Nazione a effettuare la raccolta differenziata e a costruire edifici antisismici, il primo osservatorio astronomico italiano.

I Borbone, inoltre, costruirono il più antico teatro operistico del mondo ancora attivo , la Reggia di Caserta, quelle di Portici e di Carditello, portarono alla luce gli Scavi Archeologici di Ercolano e Pompei, fondarono il conservatorio di San Pietro a Majella, l’Albergo dei Poveri, la Fabbrica di Capodimonte per le porcellane, le prime cattedre di astronomia ed economia e tante altre.

Non era una nazione così arretrata come oggi comunemente si pensa. Il Regno delle Due Sicilie non era certo un paradiso,  ma se la passava meglio di tante altre nazioni europee. Basti pensare a Charles Dickens e alle sue descrizioni delle impietose condizioni in cui versava la popolazione inglese nell’Ottocento per capire che quella del Regno delle due Sicilie non era in condizioni peggiori.

Bersagliere con brigante
Bersagliere con il brigante Nicola Napolitano appena fucilato

Il Conte Cavour decise di invadere  il Regno di Francesco II. Cugino di Vittorio Emanuele II il giovane re Borbone era appena salito al trono per la morte prematura del padre Ferdinando II.

Vittorio Emanuele II fece passare come “autonoma” la spedizione dei mille, mentre giurava amicizia a “Francischiello” e condannava Garibaldi.

Nel frattempo venivano corrotti i generali ed alti ufficiali dell’esercito siciliano, i quali ordinavano ai propri soldati di arrendersi:  circa 3000 soldati si ritirarono su ordine del generale Landi, in Calabria 10.000 uomini alzarono bandiera bianca senza sparare un solo colpo. Solo il popolo e i semplici soldati dimostrarono lealtà al legittimo re, sacrificando spesso la propria vita.

Garibaldi, arrivato a Napoli fu accolto dal prefetto Liborio Romano che mise a capo della polizia il camorrista Salvatore De Crescenzo, detto “Tore ‘e Crescienzo. La camorra, già esistente prima del 1861, di cui si servirono anche i sovrani borbonici per tenere sotto controllo le zone malfamate di Napoli, cominciò a quel punto il suo percorso di infiltrazione nei poteri di governo.

Lo stesso discorso fatto sulla camorra vale anche per la mafia: i “mafiosi”  erano, infatti,  le guardie armate a difesa dei possedimenti dei proprietari terriera.

Più tardi Giuseppe Garibaldi, si pentì amaramente di aver fatto la campagna meridionale, rinnegando l’Unità d’Italia.

Perché invadere il Regno delle Due Sicilie? Non esistono adeguate fonti per dare delle motivazioni, ma soltanto delle supposizioni. Di certo il processo di unificazione fu un movimento voluto dall’alto, tanto che Massimo D’Azeglio disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Secondo gli storici del revisionismo del Risorgimento, l’unità italia fu dettata da motivazioni di tipo economico.

Il Regno di Sardegna aveva un enorme debito pubblico: le numerose guerre intraprese in precedenza lo aveva portato quasi al fallimento. Nel Mezzogiorno invece l’economia era sotto controllo perchè un lungo periodo di pace aveva favorito la stabilità economica. Il solo Regno delle Due Sicilie possedeva, nel 1860, una quantità di oro pari al doppio dell’oro di tutti gli altri stati della penisola italiana messi insieme, 60 volte superiore a quello dei Savoia.

Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II
Con l’invasione le città meridionali vittime di eccidi furono più di 100, in cui persero la vita migliaia e migliaia di civili compresi bambini e donne le quali furono prima stuprate: Bronte, Montefalcione, Pontelandolfo e Casalduni. Gli stessi inglesi, nemici delle Due Sicilie che appoggiarono la campagna sabaudo-garibaldina, rimproverano l’eccessiva ferocia degli invasori.

I soldati dell’ex esercito furono allora etichettati come “briganti”, fuorilegge da mettere a morte e con i cui corpi senza vita e le teste mozzate si fecero fotografare i carabinieri e i bersaglieri.

Cialdini e Nino Bixio, che lo Stato Italiano ha eletto a eroi e Padri della Patria, furono autori di crimini contro l’umanità, uccidendo moltissimi meridionali.

Dopo l’unificazione ebbe inizio il declino sociale ed economico del Mezzogiorno: Sicilia, Calabria e Puglia erano le prime 3 regioni della penisola per numero di operai nel 1860, oggi sono ai primi posti per numeri dei disoccupati. Nacque la questione meridionale per risolvere la questione settentrionale.

Il PIL pro capite tra centro-nord (in alto) sud e isole (in basso). 

“Quando fu fatta l’unità d’Italia noi in Sicilia avevamo 8000 telai, producevamo stoffa. Nel giro di due anni non avevamo più un telaio. Funzionavano solo quelli di Biella. E noi importavamo la stoffa. E ancora oggi è così”. Così si è espresso Andrea Camilleri in un articolo apparso su L’Unità del 21 gennaio 2008.

Queste sono le parole Fëdor Michajlovič Dostoevskij sull’appena nato Regno d’Italia: “Per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”.

Ecco un ritratto allora diverso dell’Unità d’Italia.

Solo rendendo giustizia alla Storia si può guardare avanti, solo riconoscendo gli errori del passato si può superare la rivalità tra Nord e Sud. Un Sud che merita, e deve pretendere, un risarcimento soprattutto morale e il riconoscimento di quanto abbia perso grazie a un’Unità d’Italia fatta male. 

L’unificazione forse sarebbe avvenuta lo stesso, sorretta dalla volontà popolare e non fondata su violenza e soprusi.

G. Priore- S. Ortore 1^I

Stop alla plastica monouso sulle spiagge di Puglia

 

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Nei lidi della Puglia dalla prossima stagione estiva 2019 sarà vietata la somministrazione di cibo e bevande in materiale monouso non compostabile. La Puglia è la prima regione in Italia: tutti gli stabilimenti balneari dovranno rinunciare alla plastica monouso in favore di materiale ecocompatibile.
Lo scorso 7 marzo Il divieto è stato ufficializzato con l’ordinanza balneare firmata dalla Regione.

La decisione pugliese è in linea con la proposta della Commissione Europea, approvata pochi mesi fa, di vietare dal 2021 la vendita di articoli in plastica monouso per evitare l’emissione di 3,4 milioni di tonnellate di CO2, danni ambientali pari a 22 miliardi di euro entro il 2030 e si produrrà un risparmio per i consumatori di 6,5 miliardi di euro.

“Così come già previsto dalla legge di bilancio approvata lo scorso dicembre, la Regione Puglia metterà a disposizione una dotazione finanziaria di 250 mila euro per i Comuni. 

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Basta un po’ più di attenzione per diminuire la plastica nel mondo.

Con due anni di anticipo sulla direttiva europea, dunque, la Puglia diventa la prima Regione a vietare la plastica monouso nelle spiagge.

Un piccolo grande passo nella lotta le tonnellate di rifiuti non biodegradabili che finiscono nei nostri mari.

Quest’estate, quindi, solo imballaggi , piatti, bicchieri e cannucce biodegradabili potranno essere venduti nei lidi e introdotti sulle spiagge. Con un’unica eccezione per le bottigliette d’acqua che, data la mancanza sul mercato di valide alternative, si potranno ancora vendere, almeno per l’estate 2019.

Una bella novità che rende il mare della Puglia ancora più meritevole di essere scelto per le proprie vacanze.

F. Gammarota- G. Nardella 1^I

 

 

Gino Lisa a Foggia, il via libera per costruire la pista

FOGGIA – Nei giorni scorsi la Gazzetta informava delle «perplessità» di Aeroporti di Puglia riguardo al nulla osta concesso dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti, infatti, non era stato trasmesso ancora alcun atto formale dopo la firma del Ministro. Ebbene il via libera adesso è finalmente arrivato, lo dice anche Aeroporti di Puglia che ha diffuso ieri un lungo comunicato: «In data odierna (7 marzo 2019) la Direzione Generale per gli Aeroporti ed il Trasporto Aereo del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha rilasciato il nulla osta per lo svolgimento del Servizio di Interesse Economico Generale (Sieg) relativo all’Aeroporto “G.Lisa” di Foggia. Alla luce dello stesso Regione Puglia ed Aeroporti di Puglia S.p.A. potranno procedere a sottoscrivere la nuova convenzione».

È il passaggio finale e determinante perchè si dia inizio alle operazioni della nuova operatività del Gino Lisa, atteso dalla comunità foggiana da oltre trent’anni. Si riscrive la storia dello scalo dauno, dopo decenni di prese in giro e di inutili giri di valzer anche da parte dell’economia e della politica di questo territorio.

Aeroporti di Puglia sembra voler procedere speditamente e adesso indica anche i tempi in cui si potrà dare inizio alle operazioni di cantiere e in forza del provvedimento Aeroporti di Puglia ha proceduto all’aggiudicazione definitiva dei lavori. Quindi, dopo i 35 giorni previsti dal Codice dei contratti Pubblici, si potrà procedere con il contratto con l’impresa e dare inizio alla progettazione e alle procedure di esproprio delle aree interessate per gli interventi di prolungamento della pista di volo». 

Ortore Sharon e Boncristiano Alessia 3^H

Emiliano, a Foggia sede  Protezione civile Puglia

Le suffragette e la lotta per il diritto di voto

Con il termine suffragette si indicano le appartenenti al movimento di emancipazione femminile nato per ottenere il diritto di voto per le donne.

Sarebbe stato più corretto usare la definizione suffragista ma nell’uso comune si è affermato suffragetta, che ha finito per indicare la donna che lotta o si adopera per ottenere il riconoscimento della piena dignità delle donne, coincidendo in parte quindi con il termine femminista.

Le assemblee incaricate di eleggere i deputati agli Stati generali presentarono nel 1789, all’inizio della rivoluzione francese, all’Assemblea Rivoluzionaria i Cahier de Doléances des femmes, una prima richiesta formale di riconoscimento dei diritti delle donne. Negli stessi anni, sempre in Francia, Olympe de Gouges pubblicò “Le prince philosophe”, romanzo che rivendicava i diritti delle donne, ed iniziò ad organizzare gruppi di donne. La sua azione tuttavia fu interrotta quando iniziò a criticare lo stesso Robespierre e nel 1793 venne ghigliottinata.

Le donne iniziarono anche nel Regno Unito la lotta per il cambiamento all’interno della società, sin dall’inizio sostenute dal lavoro di personalità fautrici dei diritti delle donne, come John Stuart Mill. Egli propose l’idea del suffragio femminile in un programma presentato agli elettori del Regno Unito nel 1865 e successivamente venne affiancato da numerosi uomini e donne, pronti a lottare per la stessa causa. Contemporaneamente a quanto avveniva in Francia, quindi, pure nel Regno Unito si pubblicarono libri a sostegno della tesi dei diritti per le donne. Nel 1792 Mary Wollstonecraft pubblicò A Vindication of the Right of Women, mentre iniziavano a formarsi i primi circoli femminili. Tuttavia le richieste delle donne non ottennero risposte adeguate, sino a quando  con la riforma del 1832 e con la legge comunale Corporations Act del 1835  alle donne venne concesso il diritto di voto, anche se era limitato alle elezioni locali, mentre per quelle nazionali non era possibile.

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Il movimento delle suffragette, come movimento nazionale volto a chiedere il suffragio femminile, vide la luce nel Regno Unito solo nel 1869. È da questa data quindi che fu possibile parlare, a tutti gli effetti, di suffragette, perché solo allora ebbe vita un movimento nazionale per rivendicare il diritto di voto, ancora non riconosciuto, che portò nel 1897 alla formazione della Società Nazionale per il suffragio femminile. La fondatrice, Millicent Fawcett, cercò di convincere anche gli uomini ad aderire al movimento, perché erano i soli, in quel momento storico, che legalmente potessero concedere il diritto di voto, ma ebbe scarso successo.

I progressi sul piano del riconoscimento sociale, in quel primo periodo, furono quindi molto limitati, e tale situazione si protrasse sino a circa il 1903. I movimenti femminili ripresero nuovo vigore quando Emmeline Pankhurst fondò nel 1903 l’Unione sociale e politica delle donne, con lo scopo di far ottenere alle donne il diritto di voto politico, concesso solo agli uomini tranne che per le elezioni locali.

Le suffragette attuarono azioni dimostrative, incatenandosi a ringhiere, incendiando le cassette postali, rompendo finestre e così via. Una suffragetta, Emily Davison, morì durante i disordini al Derby di Epsom l’8 giugno 1913, e le venne dedicata una edizione speciale del quotidiano The Suffragette. Molte vennero incarcerate e iniziarono lo sciopero della fame emulando Marion Dunlop, la prima suffragetta ad attuare tale forma di protesta. In vari casi vennero sottoposte ad alimentazione forzata.

Il movimento femminile aveva come scopo il raggiungimento di una parità rispetto agli uomini non solo dal punto di vista politico ma anche giuridico ed economico. Le donne volevano poter insegnare nelle scuole superiori, l’uguaglianza dei diritti civili, svolgere le stesse professioni degli uomini e soprattutto godere del diritto elettorale o di suffragio, termine dal quale deriva appunto il nome con il quale si era soliti indicare le partecipanti al movimento: suffragette.

Le aderenti al movimento usavano diffondere le proprie idee attraverso comizi, scritte sui muri o cartelli con slogan o contenenti frasi inneggianti alla promotrice della rivolta. Spesso queste manifestazioni venivano soffocate con la violenza da parte delle forze dell’ordine e con l’arresto di molte militanti femministe.

Durante la prima guerra mondiale, con quasi tutti gli uomini validi mandati al fronte, le donne assunsero molti dei tradizionali ruoli maschili, e questo comportò una nuova considerazione delle capacità della donna. La guerra inoltre causò una spaccatura nel movimento delle suffragette del Regno Unito, con Emmeline e Christabel Pankhurst, ed il loro Women’s Social and Political Union, disponibili a sospendere la loro campagna per la durata della guerra, mentre le suffragette più radicali, rappresentate da Sylvia Pankhurst con il suo Women’s Suffrage Federation, continuarono la lotta.

Tuttavia, nonostante le divisioni, le donne riuscirono ad ottenere ciò per cui lottavano e vinsero così la loro battaglia. Nel 1918 il parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto limitato alle mogli dei capifamiglia con certi requisiti di età  che furono ammesse al voto politico. Solo più tardi, con la legge del 2 luglio 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.

Il movimento delle suffragette si sviluppò in forme simili in vari paesi. Il primo paese ad introdurre il suffragio universale fu la Nuova Zelanda nel 1893, e solo più tardi la Finlandia e la Norvegia, rispettivamente nel 1906 e 1907. In Germania le donne ottennero tale diritto nel 1919.  La Francia che pure aveva avuto già nella rivoluzione francese una prima presa di coscienza, concesse il diritto solo nel 1945. La Svizzera riconobbe il diritto di voto alle donne in alcuni cantoni già dal 1959, e solo nel 1971 la ottennero anche nei cantoni restanti.Il primo stato statunitense a riconoscere parzialmente il suffragio femminile fu lo Stato del Wyoming nel 1869, e nello stesso anno, negli Stati Uniti, si verificarono movimenti analoghi a quelli inglesi, ma le donne riuscirono a ottenere il suffragio universale solo nel 1920, dopo la fine della prima guerra mondiale. Tra le leader del movimento statunitense deve essere ricordata Alice Paul.

In Italia il percorso fu in parte rallentato dall’unificazione avvenuta solo nel 1861. Nel 1919 le donne ottennero l’emancipazione giuridica, e anche papa Benedetto XV si pronunciò pubblicamente a favore del diritto di voto alle donne. Ai primi nuclei femminili, aderirono inizialmente le donne della borghesia, alle quali si affiancarono successivamente cattoliche e socialiste. Successivamente, l’avvento del fascismo congelò la questione: fu solo il 1º febbraio 1945, quando l’Italia era ancora in guerra, prevedeva il diritto di voto esteso a tutti gli italiani che avessero 21 anni compiuti. Rimasero escluse, fino al 1947, le prostitute “vaganti”, ovvero le donne schedate che lavoravano al di fuori delle “case chiuse”.

Le donne votarono, per la prima volta, nelle elezioni amministrative della primavera del 1946 nonché nel successivo referendum del 2 giugno, per l’elezione dell’Assemblea costituente e per il Referendum per la scelta tra monarchia e repubblica. Il principio, stabilito dal decreto legge del 1945 e firmato dal Luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia, venne ripreso successivamente dalla Carta costituzionale italiana, entrata in vigore nel 1948 dopo la conclusione della seconda guerra mondiale.

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Matilde di Canossa

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde, nacque forse a Mantova, a marzo del 1046  e morì a Bondeno di Roncore il 24 luglio 1115; fu contessa, duchessa, marchesa e vicaria imperiale e vice regina d’Italia.

Matilde fu una potente feudataria e sostenitrice del papato nella lotta per le investiture; personaggio di assoluto primo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore, arrivò a dominare tutti i territori italici a nord dello Stato Pontificio.

Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e – come duchessa / marchesa – la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fra il 6 e l’11 maggio 1111 fu incoronata Vice Regina d’Italia dall’imperatore Enrico V.

Matilde è una delle figure più interessanti del Medioevo italiano: vissuta in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, seppe dimostrare una forza straordinaria, sopportando anche grandi dolori e umiliazioni e mostrando un’innata attitudine al comando. La sua fede nella Chiesa di quel tempo le valse l’ammirazione e il profondo amore di tutti i suoi sudditi.

Il padre, Bonifacio di Canossa detto “il Tiranno”, era l’unico erede della dinastia canossiana, discendente diretto di Adalberto Atto, fondatore della casata degli Attoni. La madre, Beatrice di Lotaringia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV, dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima, nonché con il papa Stefano IX.

Poco si sa dell’infanzia di Matilde, sia perché le cronache del tempo preferirono occuparsi della fanciullezza dei due fratelli maggiori, Federico (legittimo erede di Bonifacio) e Beatrice, sia perché le fonti si concentrano soprattutto sulle imprese compiute da adulta. Trascorse molto tempo dedicandosi alla cultura letteraria.

Il 18 aprile 1076 morì Beatrice, e Matilde, che aveva già regnato affiancata alla madre, divenne a 30 anni l’unica sovrana incontrastata di tutte le terre che vanno dall’attuale  Tarquinia al lago di Garda. Aveva inoltre titoli in Lorena.

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La sua figura è legata soprattutto all’episodio della scomunica e, successivamente perdono proprio presso il castello di Matilde, di Enrico IV da parte del papa Gregorio VII. L’umiliazione di Canossa è l’episodio avvenuto durante la lotta politica che vide contrapposta l’autorità della Chiesa a quella imperiale di Enrico IV, il quale, per ottenere la revoca della scomunica inflittagli dal papa, fu costretto a umiliarsi attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti innanzi al portale d’ingresso del castello di Matilde, mentre imperversava una bufera di neve, nel gennaio del 1077.

Nel 1079 Matilde donò al papa tutti i suoi domini, come sfida verso l’imperatore. Ma in due anni le sorti del confronto tra papato ed impero si ribaltarono: nel 1080 Enrico IV convocò un Concilio a Bressanone in cui fece nominare un antipapa: Clemente III. L’anno seguente decise di scendere una seconda volta in Italia per ribadire la sua signoria sui suoi territori. Cacciò Matilde, bandendola dall’impero.

Matilde morì di gotta nel 1115, era il 24 luglio, vigilia di San Giacomo, il santo cui Matilde negli ultimi mesi aveva fatto erigere una chiesa proprio davanti alla sua camera da letto, per poter assistere alle funzioni in quanto era inferma e ammalata. Venne sepolta in San Benedetto in Polirone (San Benedetto Po).
Nel 1632, per volere di papa Urbano VIII, la sua salma venne trasferita a Roma in Castel Sant’Angelo. Nel 1645 le sue spoglie furono spostate definitivamente nella Basilica di San Pietro a Roma, unica donna insieme alla regina Cristina di Svezia e alla principessa polacca Maria Clementina Sobieska, consorte di Giacomo Francesco Edoardo Stuart.

La sua tomba, scolpita dal Bernini, è detta Onore e Gloria d’Italia.

S. Naurale-G. Rigucci 1^I