Le “marocchinate”, bottino di guerra alla fine della Seconda Guerra mondiale

Le chiamavano “Marocchinate”: erano le donne vittime di violenze, stupri e omicidi nelle province di Frosinone e di Latina compiuti dalle truppe marocchine dell’esercito francese (cioè degli Alleati) dopo aver sconfitto i nazifascisti nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il film “La ciociara” di Vittorio De Sica raccontò di quei giorni di devastazione della primavera del 1944 che fu per le popolazioni del Frusinate e del Pontino un incubo senza fine.
Protagonisti delle violenze furono 7 mila soldati marocchini, una divisione speciale del Cef (Corps expéditionnaire français en Italie), erano guerrieri berberi delle montagne dell’Atlante, organizzati in squadrone, reparti di circa 200-300 uomini spesso legati fra loro da vincoli di parentela.

In ogni reparto un combattente su cinque era francese. Avevano sandali invece degli stivali, mantelli di lana con cappuccio e turbante al posto della divisa; oltre a mitra e pistole, portavano tutti il pugnale ricurvo col quale combattevano, decapitavano e mutilavano i nemici.

Bloccati a Cassino, gli angloamericani decisero di aggirare la linea di difesa tedesca passando per i monti Aurunci, sfruttando la ferocia dei soldati marocchini. Ferocia nota ai tedeschi, i quali preferivano buttarsi dalle alture piuttosto che finire mutilati e massacrati da questi.

Battuti i nazifascisti, ottennero in premio il “diritto di preda”: una licenza di stupro e saccheggio alle truppe che avevano vinto la battaglia. L’orrore come ricompensa.

Andrea Cionci su La Stampa scrisse: Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle fecero la stessa fine; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e abusato per una notte intera.

A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Tutti torturati e uccisi.

Un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero.

I presenti terrorizzati non potettero dare aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato di guardia puntava il moschetto sugli stessi”.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila.

Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un risarcimento per le “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime. E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree.

L’onorevole Rossi in Parlamento disse: “La nostra interpellanza si riferisce dunque ad uno dei drammi più angosciosi, quello delle donne che subirono le violenze delle truppe marocchine della V armata, nel periodo tra l’aprile e il giugno del 1944, dopo la rottura del fronte del Garigliano, quando queste irruppero nella zona del cassinate. Non so se sia vero quello che si dice delle truppe marocchine, cioè che il contratto d’ingaggio di questi mercenari non escluda o addirittura lo consenta il diritto al saccheggio ed alla violenza. Risulta invece che, dopo gli avvenimenti dolorosi cui ci riferiamo, comandanti ed ufficiali di queste truppe tentarono di correre ai ripari con alcuni casi di punizioni e soprattutto concedendo alle prime vittime qualche soccorso.”

Il primo paese vicino Cassino che le truppe marocchine incontrarono nell’aprile 1944  fu Esperia. I soldati fecero irruzione nelle case, depredarono, saccheggiarono, e le violenze furono compiute su uomini e donne. Perfino il parroco fu compiuto tale scempio che ne morì e non furono risparmiate neppure le suore dell’ordine del Preziosissimo Sangue.

A Castro dei Volsci dai registri del comune risultano 42 gli uomini e le donne morti in quei mesi terribili. Secondo alcune informazioni  Molinari Veglia, una ragazza di 17 anni, è violentata sotto gli occhi della madre e poi uccisa con una fucilata.

Rossi Elisabetta, di circa 50 anni, è sgozzata dai marocchini perché tenta di difendere le sue due figlie, rispettivamente di 17 e 18 anni: la madre muore e le figlie sono violentate.

Anche Margherita Molinari, di 55 anni, tenta di salvare la figlia Maria, che ne ha 21: è uccisa con cinque fucilate al ventre!

Il bambino Serapiglia Remo, di cinque anni, innocente testimone dei delitti che intorno a lui si compiono, dà fastidio: perciò viene lanciato in aria e lasciato ricadere, così che morrà entro le 24 ore successive per le lesioni riportate.

Antonini Giuseppe fu Francesco viene ucciso dai marocchini in contrada Santa Croce e nessuno sa dove sia stato sepolto, perché il cadavere è portato via dai francesi.

Giuseppe Faiola fu Marco è ucciso dai marocchini in contrada Cerviso.

A Vallecorsa, Luigi Mauri muore il 26 maggio 1944 nel tentativo di difendere la moglie Lauretti Assunta e le sue quattro figliole. Antonbenedetto Augusto muore il 25 maggio 44, in contrada Visano per difendere la moglie Nardoni Margherita.

Cade anche Papa Vittorio di Alessandro il 25 maggio 1944 avendo osato difendere la moglie Di Girolamo Rosina di Augusto.

Sacchetti Antonio, Sacchetti Eugenio, Sacchetti Eugenio fu Vincenzo, Sacchetti Gabriele sono bastonati a sangue perché osano difendere l’onore delle rispettive mogli, sorelle, madri; alla fine si ribellano e un marocchino viene ucciso.

Fatti analoghi accadono a Pontecorvo, a Sant’Angelo, a San Giorgio a Liri, a Pignatara Intermagna, a Caccano: almeno in una trentina di paesi delle province di Frosinone e di Latina, percorse dalle truppe marocchine.

Quante donne abbiano subito violenza da parte delle truppe marocchine nessuno sa con esattezza né forse si saprà mai. Quello che noi possiamo però rilevare dai dati che sono a nostra conoscenza è che in maggioranza si tratta di donne vecchie, anzi vecchissime. L’età avrebbe dovuto costituire una difesa per queste donne, infatti alcune non pensarono neppure di mettersi in salvo, convinte che sarebbero state rispettate, affrontarono esse stesse i marocchini per dar tempo alle giovani di nascondersi, di scappare, di rifugiarsi  tra le montagne. Invece furono seviziate e violentate.

Già nello sbarco in Sicilia le truppe marocchine al seguito degli Alleati si erano rese protagoniste di violenze sulle donne. Ma a Capizzi (Messina) la popolazione locale si vendicò ammazzando i colpevoli.
Il Vaticano chiese e ottenne che non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, dove i maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: “Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti.

Un partigiano ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano francese ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”.

Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi.

Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere controllate e disciplinate.

de Biase Anastasia e Draisci Maria Concetta 3^H

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La contestazione del 68

A metà degli anni ’60 il mondo occidentale viveva nel benessere economico e nella stabilità sociale.  Il pericolo di una terza – e definitiva – guerra mondiale era finalmente scongiurato grazie alla riduzione degli attriti tra Usa e Urss e la vita di tutti i giorni aveva ripreso a seguire i suoi ritmi naturali.
Il sogno di un’esistenza serena, dopo i durissimi giorni della ricostruzione successiva al 1945, si era per molti realizzato, e negli anni ’60 si ebbero i primi risultati del cosiddetto “miracolo economico”.
Un numero sempre maggiore di famiglie poteva permettersi cose che, fino a pochi anni prima, erano viste come lussi: l’automobile, la televisione, le ferie al mare.
Ma sotto quella stabilità prendeva vita la ribellione.

I padri di famiglia, che avevano vissuto in prima persona la tragedia della seconda guerra mondiale, rivendicavano il diritto di vivere in santa pace; i loro figli, invece, si accorsero che col benessere la società era diventata immobile e cominciarono a sentirsi ingabbiati.

Ad accentuare l’inquietudine dei giovani contribuirono la musica e la letteratura: i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan. In Italia c’erano gli “urlatori“, capeggiati da Celentano.

I genitori non gradivano questa richiesta di libertà da parte dei loro figli né riuscivano a comprendere le ragioni del loro rifiuto di una vita normale.
Così il divario tra due generazioni crebbe sempre di più e si arrivò alla protesta.

Durante gli ultimi mesi del 1964, l’università californiana di Berkeley fu occupata dagli studenti, guidati da un ragazzo di origini italiane, Mario Savio. Fu l’inizio della Contestazione.
Dalla California all’Europa e poi all’Italia il passo fu breve. Infatti, l’Italia fu il primo paese del vecchio continente a recepire il messaggio della protesta che veniva di là dall’oceano: il 9 febbraio del ’66, a Milano, vengono arrestati due anziani tipografi e sei giovani studenti e lavoratori.
La principale imputazione è quella di aver diffuso volantini a favore dell’obiezione di coscienza, in questo modo istigando i militari alla disobbedienza. Sempre a Milano, il 22 dello stesso mese, si ebbe l’incriminazione di tre studenti e del preside del liceo ginnasio Parini, Daniele Mattalia.
Accusa: incitamento alla corruzione.
Causa di tanto rumore fu un inchiesta pubblicata sul giornalino dell’istituto, La zanzara.
dove si affrontava il tema del sesso. Essi scrissero: “Vogliamo che ognuno sia libero di fare ciò che vuole, a patto che ciò non leda la libertà altrui. Per cui assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità”.
La conclusione era: “La religione in campo sessuale è apportatrice di sensi di colpa”.
Gli studenti e il preside furono rinviati a giudizio.
Partita da un liceo, la protesta si estese alle università, soprattutto quando il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Gui propose la riforma universitaria  con l’istituzione di tre titoli: diploma al biennio, laurea, dottorato di ricerca.
La prima protesta si levò dall’ateneo di Trento e in particolare alla facoltà di sociologia.
Lì si formarono uomini quali Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol, Marco Boato, cioè i cervelli della contestazione (e, più tardi, del partito armato), che agli inizi di novembre del 1967 diedero il via alla catena delle occupazioni che paralizzò il mondo universitario. Dopo Trento fu la volta della Cattolica di Milano, quindi Torino.

Gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica e il potere del professore.

La massa degli studenti proponeva un modello di insegnamento che aveva il suo vertice nell’esame “alla pari” tra il docente e l’allievo.

Dalle università la contestazione passò ai licei, in particolare al liceo “Mamiani” situato al quartiere Prati – una delle zone più eleganti di Roma -, istituto frequentato soprattutto dai cosiddetti figli di papà. Essi dovevano obbedire ad un regolamento rigido: ingressi e banchi separati per maschi e femmine, grembiule nero o blu per le fanciulle, divieto di rossetto e cosmetici, intervallo separato per rispetto delle “elementari norme igieniche”. Cominciò una serie di occupazioni, accompagnate da provvedimenti disciplinari.

La protesta degli studenti si allargava a macchia d’olio in tutta Italia, coinvolgendo la quasi totalità delle scuole medie superiori e delle università.
Spesse volte, le occupazioni venivano sciolte grazie all’intervento delle forze armate.

Tutto era partito dall’USA, quando scoppiò la rivolta dei giovani contro i valori diffusi dalla società capitalista: individualismo, potere ed esaltazione della tecnologia, corsa ai consumi.
I principali avvenimenti che influenzarono il movimento furono:
–  la guerra nel Vietnam (1960-1975) contro la quale si ebbero le prime manifestazioni studentesche negli USA già dal ’64.
Alla rivolta studentesca in USA si sovrappose la rivolta dei cittadini di colore, nelle due forme, pacifista (Martin Luther King) e violenta .
In questo periodo nacque la cultura “hippy” e successivamente, precisamente nel 1973, si ebbero gli accordi di pace di Parigi, ponendo fine all’intervento statunitense nel conflitto del Vietnam.
Claudia De Matteis- Luca Pezzi 3^H
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Le mine antiuomo

Le mine così come altri residui bellici inesplosi  uccidono, feriscono e rendono orfani i bambini.

In molti paesi colpiti da tale fenomeno, i bambini rappresentano un terzo di tutte le vittime. Secondo la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, circa 6000 persone sono state uccise o mutilate da queste stesse mine nel 2006, il numero più basso di incidenti registrati dall’entrata in vigore nel 1997 del Trattato per la messa al bando delle mine.

I bambini sono le principali vittime delle mine e degli ordigni bellici inesplosiI bambini ed in particolare quelli rifugiati e sfollati sono quelli più in pericolo e i principali bersagli delle mine antiuomo perchè ignari dei pericoli derivanti dal giocare o attraversare zone pericolose.

Le lesioni provocate dalle mine antiuomo includono la perdita degli arti, la vista o l’udito con la conseguente inabilità permanente.

Senza adeguate cure mediche, i bambini feriti dalle mine antiuomo sono spesso tolti dalle scuole. Hanno quindi limitate prospettive future in campo educativo e professionale e sono spesso considerati un peso per le loro stesse famiglie.

Il costo per la cura a lungo termine per i bambini vittime delle mine antiuomo può rivelarsi molto alto.

Le cliniche di riabilitazione sono spesso troppo costose se non addirittura difficili da raggiungere.

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Una mina viene posizionato sul terreno o sottoterra, dotato di una carica esplosiva e che viene azionato dalla pressione di un veicolo, di un piede che vi passano sopra o da fili da inciampo. Il termine viene generalmente usato per indicare ordigni progettati e prodotti a livello industriale, e quindi non per ordigni improvvisati.

Nella tattica moderna, le mine sono utilizzate per impedire l’accesso a determinate zone, per esempio per impedire al nemico di oltrepassare confini contesi o, più in generale, per limitarne i movimenti; lo scopo è quindi simile a quello del filo spinato.

L’Italia è stata fino ai primi anni novanta uno dei principali paesi produttori di mine terrestri e antiuomo, la cui produzione e commercio venne bloccata da una moratoria del Governo Berlusconi I del 1994.

Le mine antiuomo non ancora identificate impediscono la costruzione di case, strade, scuole, strutture sanitarie ed altri servizi essenziali. Impediscono inoltre l’accesso ai terreni agricoli e l’irrigazione.

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M. Pazienza-C. De Matteis 3^H

Brigantaggio e mafia

Da sempre la musica popolare del meridione, che è la voce del popolo,  va contro la storia ufficiale che descrive i briganti come assassini, ladri e una minaccia per lo stesso popolo. In realtà erano soltanto una minaccia verso i potenti che sfruttavano la povera gente, ecco perché gli fu dichiarata guerra: semplicemente per garantire la supremazia dei potenti.

I loro “crimini” erano sempre e solo a danno di chi era seduto più in alto, spesso i nobili venivano derubati per punire un sopruso. Il popolo per riconoscenza dava loro cibo e rispetto.

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La mafia al contrario dei briganti lavorava con i nobili e i grandi proprietari terrieri (massoni). All’inizio la “mafia” era composta dai “picciotti” che erano semplicemente uomini che lavoravano con i Nobili e i grandi proprietari terrieri. Nessun rito di affiliazione e nessuna struttura, semplicemente uomini a cui il “padrone” dava un’arma e un cavallo per la propria sicurezza, per controllare le proprietà e per “tenere calmi” i contadini “servi della gleba”.

Con l’Unità d’Italia questi uomini finirono ad aiutare i Garibaldini prima, e  a collaborare con il Generale dell’esercito piemontese Cialdini, con i Savoia e con il nuovo Stato dopo. Da quel momento sono iniziati i “riti” di affiliazione, simili a quelli delle logge massoniche.

Qui si può iniziare a parlare finalmente di Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra, qui nascono queste società e non prima. I “picciotti” grazie al loro aiuto hanno acquisito sempre più potere e denaro fino ad acquistare  le stesse proprietà dove lavoravano come guardiani.

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Il brigantaggio fu estirpato con ferocia (vedi Fenestrelle), la Mafia era ancora presente e dall’Unità d’Italia fino ad oggi è diventata sempre più potente e “collabora” con lo Stato, proprio come diceva il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che fu vittima della mafia negli anni Ottanta.

Anastasia de Biase

Luca Felice Pezzi

3^H

Recensione “Diritto di contare”di Theodore Melfi.

L’ 8 Marzo, siamo andati al cinema Cicolella insieme alle prof e le altre terze per guardare il film “Diritto di contare” di Theodore Melfi, basato sul libro Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly, il film racconta la storia vera della matematica, scienziata e fisica afroamericana Katherine Johnson, che collaborò con la NASA, sfidando razzismo e sessismo, tracciando le traiettorie per il Programma Mercury e la missione Apollo 11.

Questo film parla di 3 donne di colore che volevano un lavoro alla NASA. All’inizio le persone “bianche” che lavoravano nella NASA non le accettavano e molte volte le sfruttavano, facendole lavorare molto. Poi però si accorsero che senza di loro non riuscivano a gestire la situazione. Una delle donne sapeva fare calcoli in pochissimo tempo e grazie a lei, un uomo venne spedito nello spazio. Però ci fu una complicanza mentre questo uomo girava intorno alla Terra. La copertura iniziava a scottare fino ad incendiarsi. Dalla base cercavano le sue tracce. Dopo un po’ si senti la voce dell’uomo che stava per atterrare sulla Terra.

Alla fine le donne ottennero un lavoro preciso e avevano finalmente i diritti come tutti gli altri esseri umani.

Commento.

Secondo me tutti dovrebbero avere gli stessi diritti indipendentemente dalla carnagione, sesso, religione e cultura. Noi siamo ugualmente diversi. A. De Biase 3^H

L’ 08/03/2019 ci siamo recati tutte le terze al cinema Cicolella per la visione di un film “Il DIRITTO DI CONTARE”. Questo  film parla di tre giovani ragazze  che si chiamavano Katherine, Dorothy e Mary che  lavoravano alla NASA e venivano messe sempre  da parte per il loro colore di pelle. Però  un giorno  Katherine  ha avuto l’incarico  di fare dei calcolcoli per mandare un uomo nello spazio.

Mary voleva essere un’ingegnere ma non poteva perché  era di colore mentre,  Dothory voleva essere la responsabile. Katherine  era molto brava in matematica allora  solo grazie  a lei riuscirono a  inviare l’uomo nello spazio. 

Commento

Questo  film per me è  stato molto bello , ed è  stato anche molto interessante  perché  attraverso questo  film ho capito  che le discriminazioni non  devono esistere perché  le persone di colore sono persone uguali a noi cosi come donne e uomini hanno stesse capacità. M.C. Draisci 3^H

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Venerdì 08/03/2019, noi di 3ˆH siamo andati al cinema Cicolella, per vedere il film “Il diritto di contare”. Esso parlava di tre donne americane, ovvero Katherine, Dorothy e Mary, che lavorano nella NASA. Ad un tratto Katherine viene chiamata per sviluppare dei conti, aiutando così le persone che dovevano decollare, ma essendo una donna di colore viene sottovalutata.

La stessa cosa accade alle sue amiche, Mary voleva essere un ingegnere ma la scuola che doveva praticare per prendere il diploma per ingegneria, era solo per bianchi e soprattutto non per donne. Katherine riusciva a svolgere il lavoro meglio di altri colleghi, ma il suo lavoro era a tempo determinato e quindi non poteva stare ancora a lungo. Infatti quando gli astronauti erano pronti per partire, la ragazza venne “licenziata” e non potè più lavorare lì e ritornò dove stava prima, insieme alle altre amiche. Ma proprio quando gli astronauti stavano per partire, avevano trovato degli errori in alcuni calcolo, e nessuno era in grado di aggiustarli, allora il capo decise di richiamare Katherine, che in poco tempo riuscì a risolvere il problema e venne rimessa nel lavoro.

Il film termina che tutte e 3 le ragazze riescono a combattere per i propri diritti e a realizzare quello che avevano sempre desiderato.

Per me il film è stato molto bello, la cosa più bella del film secondo me, è il fatto che le ragazze hanno sempre combattuto per quello che volevano fare e per i propri diritti. Questo film mi ha fatto capire un sacco di cose e quella che mi è rimasta di più è il loro spirito di difendere i loro diritti, per i loro sogni e soprattutto per la loro libertà. Mi piacerebbe molto riuscire ad avere il loro comportamento e il loro coraggio.francesca Cota 3^H

 

Giustiziato a 14 anni nel 1944, dopo 70 anni annullata la condanna

Un giudice della Carolina del Sud annulla la sentenza di condanna: «Il processo fu ingiusto e la confessione del ragazzino fu estorta con la violenza»

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George Stinney jr era ragazzino di colore e fu ucciso sulla sedia elettrica nel 1944 negli Stati Uniti, per un duplice omicidio di due bambine bianche.

È lui il più giovane condannato a morte negli Stati Uniti nel XX secolo.

«Lo Stato ha compiuto una grande ingiustizia verso George Stinney», ha dichiarato la giudice Carmen Mullen.

Il ragazzino fu giustiziato a meno di due mesi dalla condanna e a sole 12 settimane dall’arresto.

Ebbe un «processo ingiusto», nel corso del quale fu impossibile stabilire la sua colpevolezza o innocenza.

Mary Emma Thames e Betty June Binnicker, rispettivamente di 7 e 11 anni, furono uccise con una sbarra di ferro. I loro corpi furono ritrovati nella cittadina di Alcolu, Carolina del Sud, il 23 marzo del 1944.

Stinney fu arrestato dopo che alcuni testimoni avevano riferito di averlo visto raccogliere fiori insieme alle due vittime.

Secondo la giudice Carmen Mullins, che ha annullato la condanna, quel processo violò i fondamentali diritti stabiliti dalla Costituzione. Inoltre, la giudice Mullins ha stabilito che la confessione del 14enne, di cui esistono due versioni, venne estorta con la forza. Non c’erano testimoni né prove concrete della sua colpevolezza.

Nel 2004 uno storico di Alcolu decide di investigare sulla vicenda.

Dalla ricerca emerge la totale mancanza di prove concrete contro il ragazzino. A gennaio 2014 la giudice Mullen ascolta le testimonianze del fratello e delle sorelle di Stinney, di una persona coinvolta nelle ricerche delle bambine e di esperti che hanno messo in dubbio i risultati dell’autopsia e la confessione del ragazzo.

Poi, finalmente, arriva l’annullamento della condanna.

«Ricorderò per sempre quel giorno in cui hanno portato via mio fratello da casa – ha detto la sorella di George, Amie Ruffner, oggi 78 anni – Non ho mai più visto mia madre ridere».

L’unica colpa di George Stinney jr? Essere un ragazzino di colore.
Michele Pazienza- Antonio Stilla 3^H

 

Il Ku klux klan, un’associazione razzista

Il Ku Klux Klan del 1915 acquistò importanza soltanto qualche anno dopo, quando l'attiva propaganda di un ex-giornalista, F.Y. Clarke, ne portò gli affiliati a quasi 100.000. Con la sua organizzazione di tipo militare, col segreto di cui si circondava, i riti iniziatici e i giuramenti, le riunioni e le spedizioni notturne di uomini mascherati, acquistò subito un grande ascendente, in parte spiegato con la passione degli Americani per le società segrete, quali le cosiddette fraternities di tipo massonico.

Ku Klux Klan è il nome utilizzato da diverse organizzazioni segrete esistenti negli Stati Uniti d’America a partire dall’Ottocento, con finalità politiche e terroristiche a contenuti razzisti e che diffondevano e difendevano la superiorità della razza bianca.

Storicamente si distinguono tre fasi del movimento: una prima dal 1865 al 1874 come confraternita di ex militari dell’esercito degli Stati Confederati d’America, una seconda dal 1915 al 1950, in cui il movimento ha assunto la fisionomia che oggi consideriamo tipica, ed una terza dal secondo dopoguerra ad oggi, caratterizzato dalla grande frammentazione del movimento in una miriade di piccole organizzazioni fra loro ufficialmente scollegate che utilizzano il nome KKK o sue varianti.

I membri del Ku Klux Klan nel tempo si sono sempre più accostati a ideali nazionalisti e discriminatori che spesso sono d’estrema destra, quali il razzismo, l’antisemitismo e l’antipapismo, l’omofobia e l’anticomunismo.

Il Ku Klux Clan si costituì negli Stati Uniti, a Pulaski (in Tennessee) nel 1866, dopo la guerra di secessione, inizialmente guidata dal generale sudista Nathan B. ForrestA dirigere nei fatti l’organizzazione era un altro ex generale sudista, George W. Gordon.

Il nome potrebbe derivare dal termine greco kyklos, che significa ‘cerchio’, cerchia, e dalla parola inglese clan, ‘famiglia’.

Lo scopo era difendere i privilegi dei bianchi contro gli uomini di colore. Solo un anno prima, nel 1865, era stata abolita la schiavitù anche negli stati meridionali degli Usa. Negrieri e possidenti persero molte ricchezze, e si diffuse la paura per ciò che avrebbe fatto o preteso questa massa di persone di colore, finalmente emancipate.

Assunse ben presto il carattere di un’organizzazione criminale e terroristica. Già allora i suoi membri indossavano toghe bianche con cappucci che coprivano il volto, sia per nascondere la loro identità sia per simboleggiare gli spiriti di combattenti defunti, tornati per vendicarsi dei nordisti.

Il Ku Klux Klan innescò una sequela di violenze contro i neri e i nordisti tra il 1868 e il 1870 e fu sciolta, ufficialmente, nel 1869.

Ma, scoppiata la Prima guerra mondiale il Ku Klux Klan si rilanciò con un nuovo programma xenofobo e cominciò infatti a combattere anche gli immigrati, gli ebrei e i comunisti.

Il Ku Klux Klan del 1915 acquistò importanza soltanto qualche anno dopo, quando l'attiva propaganda di un ex-giornalista, F.Y. Clarke, ne portò gli affiliati a quasi 100.000. Con la sua organizzazione di tipo militare, col segreto di cui si circondava, i riti iniziatici e i giuramenti, le riunioni e le spedizioni notturne di uomini mascherati, acquistò subito un grande ascendente, in parte spiegato con la passione degli Americani per le società segrete, quali le cosiddette fraternities di tipo massonico.

 

Fatto oggetto di reazioni indignate e di processi, il Ku Klux Klan negli anni tra il 1926 e il 1930 declinò nuovamente.

La prima insegna adottata alla nascita dall’organizzazione segreta era un drago nero. Ce n’è un esemplare conservato al Tennessee State Museum.

Quella più diffusa, adottata successivamente e onnipresente in tutte le foto d’epoca, è una croce celtica con al centro una goccia di sangue.

Uno dei simboli più diffusi dell'organizzazione razzista più contestata d'America: croce celtica, con una goccia rossa nel mezzo.

Agli inizi del 1958 si sciolse, ma solo per ricostituirsi con il nome di Chiesa cristiana nazionale.

Oltre agli assassinii ufficialmente registrati, sono state compiute persecuzioni contro i soldati americani di colore di ritorno dalla Prima guerra mondiale, attentati esplosivi, perfino congiure.

L’ideologia razzista che è alla base del Ku Klux Klan non si è mai esaurita del tutto negli Stati Uniti, è presente ancora oggi sul territorio americano contro immigrati, omosessuali, ecc…

A. De Biase 3^H